Storie della preistoria

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Immaginare un paesaggio primario significa vedere con la mente ciò che resta invisibile agli occhi. Le dinamiche che sfuggono ai miei sensi possono trovare nel pensiero per immagini un modo per ritornare visibili e per rendermi consapevole del grande flusso che attraversa la terra: una luce apparsa e poi scomparsa un milione di anni fa in un mattino della  stagione fredda; gli urti per sempre lontani dell’orogenesi alpina negli strati profondi della crosta; la massa di un ghiacciaio dove ora c’è un lago che riflette un bosco di larici; la discesa a valle di un arcipelago di massi erratici; le masse dei boschi che si riappropriano dei terreni lasciati liberi dagli scudi glaciali; la fine di un’isola. Immaginare è come camminare su terreni invisibili, impalpabili, scomparsi ma anche a venire, terreni che coabitano in ogni istante in un paesaggio primario. Immaginare questi paesaggi invisibili significa offrire un’ipotesi di grandezza ai limiti del corpo.
Matteo Meschiari, Geoanarchia.


E’ con questa idea di immaginazione che ho raccolto una serie di immagini che raccontano una ristretta porzione di territorio che si sviluppa intorno ai laghi Santo e Baccio nell’alto appennino modenese.

Una zona che offre all’occhio curioso innumerevoli spunti per immaginare un paesaggio che era e che sta inesorabilmente scomparendo sciogliendosi e modellandosi in fiumi di roccia e materiale organico.

Ho cercato di immaginare questi luoghi quando la roccia era ancora tagliente, quando gli specchi d’acqua non erano altro che coperte di ghiaccio azzurro, quando le migliaia di alberi erano solo muschio.

Ho cercato di immaginare la mia storia senza i fronzoli moderni, abbandonandomi all’esplorazione, al batticuore, alle sorprese.