Elogio della sosta: fermarsi non è cedere
Ci vuole più coraggio a fermarsi che a continuare. La sosta, la rinuncia e il tempo finito: tre pratiche del cammino che ho imparato a riconoscere come alleate, non come nemici.
Ci vuole più coraggio a fermarsi che a continuare. La sosta, la rinuncia e il tempo finito: tre pratiche del cammino che ho imparato a riconoscere come alleate, non come nemici.
Quest’anno ho vissuto una primavera su più altitudini. Ho visto fiorire e rifiorire lo stesso fiore spostandomi solo in verticale. Le fioriture alpine sono un orologio: il più preciso che conosca.
Cambiare punto di vista cambia tutto. Non solo la montagna davanti a noi, ma il modo in cui la abitiamo. Una riflessione sul versante che scegliamo, quello che lasciamo, e quello che il ritorno ci insegna.
C’è stato un tempo in cui tornare a casa senza aver raggiunto la vetta era una sconfitta vera. Quel tempo è finito, ma non da solo. Una riflessione sull’arte del no, sul peso lasciato a valle e sul rischio che la rinuncia diventi abitudine.
Il bivio più difficile in montagna non è mai destra o sinistra. È sempre verticale: continuare o rientrare. Con una straduzione personale di Robert Frost.
In quota la primavera arriva prima con la luce che con il verde. C’è un momento tra i due stati, breve e irripetibile, che vale la pena fermarsi a testimoniare.
Parto da un sentiero che conosco a memoria, in una domenica di nuvole stanche. A poche centinaia di metri dal parcheggio, mi lascio attirare fuori dal tracciato. Non è una scelta pianificata. È uno smarrimento gentile: forse l’unico modo per imparare a guardare di nuovo.
Amo le mappe da quando avevo cinque anni. Ma dopo tanti cammini ho capito che la mappa non risolve quasi mai il problema. Lo supera il territorio, un passo alla volta.
Quando la nebbia cancella il futuro, rimane solo il passo che stai facendo. Riflessioni su cosa significa camminare senza orizzonte, tra la luce diffusa del bosco e l’intuito come unica bussola.
Un settembre caldissimo, quindici chilometri nelle gambe e il sentiero che scompare tra i faggi. Un’esperienza di smarrimento che non insegna niente di preciso, ma che rimane.