Da bambino, la nebbia aveva il sapore del miracolo.
Ricordo le sere di fine settembre nel mio paesello, quando i trattori carichi di uva conferivano alla cantina sociale del paese i raccolti di fine giornata. Le luci dei fanali e i lampeggianti gialli creavano un’atmosfera che allora non sapevo nominare, ma che riconosco adesso: era la sensazione di vivere dentro qualcosa di più grande di sé. Un mondo che si era stretto intorno a te, escludendo tutto il resto.
Poi ho imparato a guidare, e quella meraviglia si è dissolta.
La nebbia è diventata un nemico pratico, un ostacolo alla visibilità, un rischio da gestire. Il fanale giallo che da bambino sembrava la luna è diventato un segnale di pericolo. Così funziona: crescendo, perdiamo spesso la capacità di stare dentro l’ambiguità senza volerla risolvere.
Dove vengo
Vengo dalla fascia pedecollinare modenese, da quella zona di transizione tra la pianura e le prime colline dove la campagna, un tempo, aveva ancora un ritmo suo. Fossati, filari, corti agricole, bordi di strada dove il selvatico trovava ancora spazio. La nebbia non era permanente, ma quando arrivava cambiava tutto: sospendeva i contorni, metteva tra parentesi le distanze, rendeva il paesaggio più misterioso di quanto fosse.
In quarant’anni, quel territorio è cambiato in modo radicale. La conversione da campagna a residenziale ha proceduto silenziosa e inarrestabile. Dove c’erano i campi adesso ci sono rotatorie, capannoni, villette a schiera. Le corti sono scomparse o sono diventate altro. Quando torno, e vado ai ricordi di bambino, riconosco poco. E ciò che riconosco spesso mi fa capire quanto sia cambiato anche il modo in cui guardavo le cose.
Luigi Ghirri ha fotografato per anni questi paesaggi: le nebbie della pianura emiliana, le periferie che si confondono con la campagna, i cartelloni pubblicitari che emergono dal nulla come monumenti di un’altra civiltà. Nelle sue fotografie c’è la stessa sensazione che ho quando torno: qualcosa di familiare e irriconoscibile allo stesso tempo. Il paesaggio come specchio di una perdita che non si riesce del tutto a nominare.
Portare questo dentro di sé, poi, cambia il modo di stare nella nebbia di montagna.
Cosa succede quando l’orizzonte sparisce
La nebbia in montagna è un’altra cosa. Non è quella densa e bassa della pianura. È più agile, si muove, si apre e si richiude. Le forme emergono solo accennate, come disegni a matita cancellati a metà. Ogni passo si fa più cauto. L’orizzonte semplicemente non esiste.
È come se la nebbia cancellasse il futuro e restituisse solo il presente.
Rimane la condensa sui rami che gocciola lentamente. Le radici rese scivolose dall’umidità. Le rocce appena abbozzate che a fatica tentano di emergere dal nulla. Il paesaggio non esiste più nella sua forma compiuta, ma lo so che è lì. È una questione di fiducia: fidarsi del terreno che non si vede, della traccia che si intuisce, del bosco che accoglie anche quando non si distingue dove finisce.
Addentrarsi nella nebbia è un affidarsi completamente all’intuito. A volte le sensazioni di smarrimento sono tanto forti da provocare qualcosa di simile a una vertigine. Altre volte ricordano il mal d’auto: quella nausea sottile che nasce dalla mancanza di punti di riferimento, dal corpo che non riesce a orientarsi.
Il bosco come risposta
Nei momenti di nebbia fitta, la mia scelta istintiva è di addentrarmi nel bosco. Non è un gesto razionale. È qualcosa di antico, forse lo stesso istinto che porta gli animali a cercare riparo nelle strutture più dense quando il mondo aperto diventa illeggibile.
Anche nella nebbia, la bussola che dirige il mio sguardo rimane la luce.
Il bosco cambia aspetto in base alla direzione in cui lo osservo, e nella nebbia questa variazione si amplifica. Controluce, le siluette degli alberi si stagliano nette e scure contro un muro di luce biancastra: un effetto quasi grafico, dove la materia si riduce a contorno. Con la luce dall’alto, assisto a una distribuzione luminosa diffusa, come se la nebbia espandesse le frequenze man mano che scende verso il suolo, ammorbidendo tutto in una gradazione infinita di grigi. Con la luce alle spalle invece il primo piano si stacca nettamente dallo sfondo, che sfuma in forme indistinte.
Tre direzioni, tre boschi diversi. Stesso luogo, stessa nebbia.
La fotografia nella nebbia non è una questione di chiarezza. È una questione di ascolto. Si tratta di capire cosa la luce fa con l’acqua nell’aria, come lo spazio cambia di senso quando i bordi scompaiono. Ho imparato che alcune delle immagini che amo di più nascono proprio in quelle condizioni dove non vedevo abbastanza. Dove ho dovuto fidarmi di ciò che intuivo, non di ciò che controllavo.

La maestra silenziosa
C’è qualcosa di radicalmente onesto nell’esperienza della nebbia. Non ammette proiezioni. Non puoi pianificare il prossimo passo guardando lontano, perché il lontano non c’è. Sei costretto a fare quello che in condizioni normali il paesaggio ti permette di rimandare: stare dove sei.
I trail runner, gli alpinisti veloci, le persone che salgono con l’obiettivo fisso in testa: la nebbia li rallenta tutti. Non discrimina. Non cede alla fretta. Non si impressiona delle intenzioni.
In questo senso, è una maestra. Non insegna contenuti. Insegna condizione.
Mi chiedo spesso se non sia questa la vera forma di orientamento: non sapere dove sei esattamente, eppure continuare a muoverti con cura. Non vedere l’arrivo, eppure fidarti che il sentiero c’è. La nebbia non ti chiede coraggio. Ti chiede presenza.

Il ritorno della pianura
Quando torno in pianura, dopo giornate in quota nella nebbia, porto con me qualcosa di difficile da nominare. Non è la stanchezza fisica. È una qualità dell’attenzione, qualcosa che si è affilata proprio perché non aveva appigli visivi. Ho imparato a sentire il terreno sotto i piedi prima di vederlo. Ho imparato a fidarmi dei suoni, dei colori, delle variazioni di temperatura che annunciano un bivio prima che appaia.
La nebbia mi ha tolto l’orizzonte. In cambio, mi ha restituito il presente.
Forse ogni tanto abbiamo bisogno di questo: che il futuro scompaia per qualche ora, e che restiamo soli con l’unico passo che conta davvero. Quello che stiamo facendo adesso.
Se ti interessa esplorare come la luce cambia il bosco in condizioni difficili, puoi leggere Il bosco in inverno, dove racconto la relazione tra luce e ombra tra i tronchi. Sulla dimensione del silenzio che la nebbia porta con sé, invece, trovi riflessioni più ampie in Il silenzio (interiore). E se ti chiedi cosa succede quando ci si perde davvero, senza nebbia ma con la stessa disorientazione, Fantasmi nel bosco è un buon punto di partenza.

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