La primavera, prima ancora che con il disgelo, arriva con la luce.
Le giornate si allungano, è vero, ma non è solo questo. Lentamente la luce si impadronisce del paesaggio e ci sono momenti della giornata nei quali fa male agli occhi. Dopo mesi di luci radenti, di soli bassi che sfioravano appena le creste, ora è il momento delle nevi sfavillanti. Un ultimo vagito prima di capitolare definitivamente all’estate: le ultime nevi regalano una luce clamorosamente abbagliante, senza filtri, senza mediazioni. La macchina fotografica non sa da dove cominciare.
Faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Ed è esattamente lì che voglio stare.
Prima che
Prima che arrivi il verde ad assorbire i raggi solari, prima che i laghi ritornino liquidi, prima che l’erba ricresca nei prati, prima che le malghe riaprano, prima che i sentieri tornino calcati da passi veloci: c’è questo momento.
Un momento che non ha un nome preciso nel calendario, che non corrisponde a nessuna data celebrata, che non trova posto nelle fotografie dei libri di montagna. È un non-luogo nel tempo, un intervallo tra due stati. La neve è ancora presente ma stanca, consumata dal basso, forata dai sassi che emergono come isole. L’acqua scorre dappertutto, anche dove non ti aspetti, anche dove ieri c’era solo silenzio bianco. Il terreno sotto gli scarponi è incerto: a tratti solido, a tratti cedevole, a tratti inesistente.
Camminare in questo momento richiede attenzione diversa. Non quella atletica del dislivello da macinare, non quella estetica del paesaggio da inquadrare. Un’attenzione più vicina all’ascolto: ogni passo è una domanda alla terra, e la risposta arriva dal basso, un mezzo secondo dopo.
È il momento in cui le mappe diventano davvero inutili: il territorio ha già cambiato faccia, e nessuna carta può restituirlo.

Un’invenzione necessaria
Seduto in studio, mi fermo a pensare. Mi chiedo se la soglia del disgelo sia davvero un momento di passaggio, o se abbia in realtà più peso e più verità di qualunque altra transizione stagionale. Il dubbio che mi assale è che tutto sia opera nostra: una nostra costruzione per celebrare riti, scadenze, ricorrenze.
In fondo il pianeta non sa di essere in primavera. L’acqua scende perché fa più caldo. I fiori sbocciano perché le ore di luce superano una soglia chimica, non filosofica. Noi siamo quelli che hanno bisogno di dare un nome a questo, di fermarlo, di celebrarlo.
E non c’è nulla di male in questo.
Di quel legame profondo con i ritmi stagionali conserviamo oggi solo un’eco lontana, che affiora nel cambio degli armadi, nel ritorno dell’ora legale, nella variazione dei menu. Sono tracce di qualcosa che sapevamo fare meglio, quando la sopravvivenza dipendeva dalla capacità di leggere il cielo e la terra. Tracce che non è stupido onorare, anche se il contesto è cambiato. Come scrivevo guardando arrivare l’autunno, certe soglie stagionali hanno il sapore dei giorni sacri: non perché lo siano per natura, ma perché scegliamo di trattarli così.
Calzare gli scarponi come atto rituale
Come per il solstizio d’inverno accendo un fuoco, così nell’equinozio di primavera calzo gli scarponi e salgo. Non verso una cima, non verso un rifugio. Verso la soglia. Verso quel tratto di sentiero dove la neve finisce e la terra ricomincia, dove l’inverno e la primavera si toccano per qualche settimana prima di separarsi.
È un gesto piccolo. Non richiede attrezzatura speciale, né condizione atletica particolare. Richiede solo la volontà di esserci, di essere nuovamente testimoni di questa trasformazione. Di documentare, attraverso la fotografia, l’attraversamento di questa soglia che non durerà. Tra qualche settimana il verde avrà coperto tutto e sarà difficile immaginare che questo paesaggio lunare fosse lo stesso posto.
La luce di questo periodo fa quello che sa fare la luce che conosce il bosco in inverno: entra da angoli inaspettati, colpisce superfici che normalmente restano nell’ombra, crea contrasti che la stagione piena non concederà mai più.

Essere parte
In un processo inarrestabile, la vita acquista giorno dopo giorno più forza: una sorta di accelerazione silenziosa verso la pienezza estiva. Ma oggi non è estate. Oggi è ancora questo. E questo è abbastanza.
Forse è proprio questo ciò che vale la pena fermarsi a guardare: non il punto di arrivo, non il verde fitto di giugno, non i prati fioriti delle cartoline. Ma il momento in cui tutto è ancora aperto, ancora indeciso, ancora in sospensione tra due stati. Il momento in cui la montagna non sa ancora come finirà.
Noi no sopra, non sotto. Parte.

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