Era un inizio settembre caldissimo. Avevo già percorso più di quindici chilometri e le gambe lo sapevano prima che lo ammettessi. Stavo scendendo nel bosco, orientato verso il punto di partenza, quando ho capito che il sentiero non c’era più.
Nessuna traccia. Nessun segnale. Solo i faggi, le radici che affioravano dal terreno come dita, e quell’afa dell’appennino che non lascia respiro, che si appiccica alla pelle e rallenta ogni pensiero.
Mi sono fermato. Ho fatto qualche passo indietro. Ho cercato con gli occhi qualcosa di riconoscibile: un cambio di direzione, un sasso colorato, qualsiasi cosa. Nulla.
Le due anime del perdersi
Chi frequenta la montagna conosce bene almeno due tipi di smarrimento, e sono molto diversi tra loro.
Il primo è quello che scegli. Lasci il sentiero segnato per seguire un’intuizione, esci dalla rotta perché vuoi vedere cosa c’è oltre quel dosso, ti concedi la deviazione senza pianificarla. È un perdersi circoscritto, quasi sempre reversibile. Porta con sé una forma di libertà che ho imparato ad apprezzare nel tempo: quella di seguire ciò che attira lo sguardo invece di inseguire una meta. Ho scritto da qualche parte di quanto certi boschi invitino a questo tipo di abbandono, di come il silenzio delle faggete abbia qualcosa di generativo per chi sa aspettare.
Il secondo tipo non lo scegli. Capita.
Vuoi per le condizioni meteo, vuoi per la stanchezza che ottunde l’attenzione, vuoi per uno di quegli incroci dove il sentiero semplicemente scompare senza avvertirti. Ho sempre vissuto questi momenti con un’ansia piuttosto acuta. Non paura nel senso classico del termine. Qualcosa di più sottile e più invasivo.

Quando l’ansia occupa tutto il paesaggio
Rimuginando su quella giornata, mi è chiaro che la sensazione dominante, quella che ha occupato ogni angolo disponibile, è stata l’ansia. Non la disperazione, non il panico. L’ansia: quella forma di anticipazione del peggio che si installa prima ancora che il peggio abbia una forma definita.
Ritorno sui miei passi. Nessun segno di un cambio di direzione, nessun paletto, nessun sasso dipinto. Controllo la cartina: so più o meno dove sono, e soprattutto so dove devo andare. Sulla mappa c’è una radura, a non troppa distanza. Decido di puntare a quella, tenendo la direzione più dritta che riesco a mantenere tra gli alberi.
Ma il bosco si fa erto. La fatica è quella delle giornate troppo lunghe, quando le gambe cedono prima che il cervello accetti di farlo. Mi sembra di sentire delle voci, lontane. Forse è il vento che muove i rami secchi. Forse è il modo in cui il corpo esausto comincia a inventarsi segnali. Ho letto da qualche parte che in certi stati di stanchezza l’udito tende a costruire pattern dove non ci sono. Non so se sia vero. In quel momento, mi sembrava abbastanza plausibile.
Il bosco che non risponde
C’è un momento, in certi smarrimenti, in cui il paesaggio smette di essere uno specchio e diventa un muro. Non parla, non suggerisce, non offre appigli. Si limita a essere selvatico. Gli alberi crescono dove decidono loro, i pendii scendono dove decidono loro, i sentieri scompaiono quando vogliono.
In quel bosco appenninico, sotto quell’afa di settembre che sembrava non voler finire, ho camminato a lungo senza trovare la radura. Il pensiero di dover risalire in salita, stanco come ero, occupava più spazio della situazione concreta. Non ero in una zona isolata, me ne rendevo conto. Eppure quella condizione di non-orientamento era sufficiente a distorcere ogni prospettiva, a fare di ogni albero uguale agli altri un ostacolo anziché un riferimento.
Ho pensato ai laghetti che avevo previsto di visitare, probabilmente a qualche centinaio di metri. Ho deciso di rinunciare. Le energie che mi rimanevano erano quelle esatte per risalire al crinale, non un passo in più.

L’apparizione del ciclista
Dopo quasi mezz’ora di girovagare, mi affaccio finalmente sulla radura. In teoria, un sentiero dovrebbe tagliarla in mezzo. Cerco i paletti, i segnali, qualcosa. Nessuna ombra di niente.
Poi, dall’altra estremità della radura, compare un ciclista.
Una sorta di apparizione mistica. Cavolo se c’è uno in bici, c’è anche un sentiero praticabile. Avanzo il più in fretta che riesco, per raggiungerlo prima che scompaia così come è comparso. E mentre mi avvicino, scorgo un paletto colorato. Piccolo, quasi nascosto dall’erba alta, ma c’è.
Da quel momento il percorso è chiaro. Mi aspetta ancora una salita seria fino al crinale, ma almeno so dove sono. Il ciclista imbraccia la mountain bike e parte verso l’alto. Lo seguo, senza fiato, senza commentare nulla. Tre ore dopo, giungo al parcheggio.

Quello che rimane
Non so se da quella giornata ho imparato qualcosa di netto. Sono passati più di due anni e mezzo e non mi sono più perso in quel modo. Forse è solo fortuna. Forse è attenzione in più. Forse è il fatto che certe esperienze lasciano un’allerta che non sparisce del tutto.
Ciò che invece so è che quella giornata ha avuto il merito di mostrarmi come reagisco quando l’imprevisto prende forma. L’ansia che avanza, il controllo che cerco e non trovo, l’incapacità di fidarmi del bosco quando non mi parla. Ne ho parlato altrove, in modo diverso, ragionando su come perdersi nel bosco non sia sempre la stessa cosa: a volte si entra non per ritrovare se stessi, ma per perdere tutto il resto. Quella volta però non avevo scelto di perdere niente.
Forse l’unica cosa che posso dire con onestà è questa: ho fatto i conti con le mie paure senza risolverle. Ho sbagliato. Ho vissuto dentro quell’errore per alcune ore. E alla fine sono uscito dal bosco.
Concedersi di aver sbagliato, non una volta sola ma ogni volta che capiterà, senza che l’ansia del futuro si sovrapponga a quella del momento: questo, forse, è tutto ciò che la deviazione mi ha insegnato.
Ti è mai capitato di perderti in un modo che col tempo hai riconosciuto come necessario? O certi smarrimenti rimangono semplicemente errori da non ripetere?
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