Il 22 maggio 2025 nevicava. L’ultima neve prima dell’estate. Oggi, sedici maggio 2026, ci sono ancora centimetri di bianco sui pascoli di quota e negli ultimi giorni la neve è tornata, anche in abbondanza. La memoria è corta, e il calendario che appoggiamo alle nostre giornate come una rete di salvataggio non ci aiuta a orientarci in questa fase così dinamica, così perturbata.
Siamo in piena primavera. E la primavera, quest’anno più che in altri, lo sta dicendo con una chiarezza insolita.
La primavera arriva dal basso
C’è una cosa che non smette di stupirmi: la primavera non scende dal cielo. Sale dalla terra. Arriva dal basso, segue la pendenza inversa della neve, si inerpica per i versanti con una lentezza che non è rassegnazione ma fedeltà a un ritmo preciso. Quest’anno ho avuto il privilegio di abitare questo passaggio su più fasce altitudinali quasi in contemporanea, alternando il piano e la quota nel giro di pochi giorni. Ho visto fiorire, sfiorire, e rifiorire lo stesso fiore. Solo spostandomi in verticale.
Tra il fondovalle e i cinquecento-seicento metri di dislivello c’è quasi un mese di differenza fenologica. Un mese. Non una sensazione: un fatto scritto nei petali. I crocus del reggiano a inizio marzo, i crocus in Engadina ad aprile. Lo stesso viola slavato, la stessa fragilità del petalo. Separati da trentadue giorni e da una montagna intera.



Una mappa senza calendario
Ricordo le magnolie in fiore a Chiavenna, lungo la strada per il Maloja. Quel viola pieno, quasi insolente per una luce ancora così invernale. Poi, risalendo verso il passo, il colore spariva: i rami si spogliavano, il paesaggio tornava grigio e bianco, la neve prendeva il posto di tutto. Due stagioni diverse nello spazio di pochi chilometri, come se il calendario non valesse in verticale.
È venuto poi il tempo delle pulsatille, a fine aprile: quei fiori pelosi, quasi prudenti nell’aprirsi, come se la montagna volesse proteggersi fino all’ultimo. Poi il tarassaco. Poi tutto il resto, uno dopo l’altro, senza fretta e senza indugio. Questa successione non è decorativa. È un orologio. Il più preciso che conosca.
Seguire questo fiorire verso l’alto è un esercizio di disorientamento, nel senso migliore. Perdi il filo del calendario (quello umano) e ne trovi uno più antico, scritto nella consistenza dei suoli, nell’esposizione dei versanti, nella quantità di sole che ogni prato riesce ad accumulare. Ho scritto altrove di come il bosco possa diventare un luogo da abitare con rispetto e silenzio, quasi un santuario. Le fioriture alpine sono qualcosa di simile: non si fotografano, si attraversano.

Il gheppio e lo sguardo
C’è un momento in cui tutto questo smette di essere osservazione e diventa qualcos’altro. Mi capita quasi sempre quando sosto davanti a qualcosa che non riesco a nominare.
Guardo il bosco. Guardo le montagne. Inseguo con gli occhi la linea della neve, quella soglia mobile che ogni giorno si sposta un po’ più su. Lo sguardo scivola sulla superficie del lago, poi viene catturato dal volteggio di un gheppio. Un cerchio lento, quasi meccanico. Il verso dei merli arriva da destra. Il silenzio tra un verso e l’altro.
Non capisco. Non nel senso di ignoranza: qualcosa è lì, e non ho le parole per avvicinarmi. Mi sento attratto e impaurito nello stesso momento. So che è in quel punto che voglio andare. Non so come. Non so nemmeno se “andare” sia la parola giusta.

Accogliere il passo della montagna
Questo tempo delle fioriture non è un tempo lento. È semplicemente il tempo della vita. Non il nostro tempo, quello che abbiamo riempito di scadenze, notifiche, calendari sincronizzati su tre dispositivi. Il tempo che discende dal sole, che si deposita nei bulbi sotto la neve, che aspetta il momento giusto senza ansia e senza scusa. Accoglierlo significa ridurre il divario, quello che sento ogni mattina affacciandomi alla finestra e trovando fuori un mondo che va per i fatti suoi, indifferente ai miei programmi.
Qualche mese fa, scendendo da un versante, ho pensato a quel che significa lasciare che la montagna abbia l’ultima parola sul passo. Non cedere, non rinunciare: semplicemente accordarsi. Come si fa con un compagno di cammino che conosce la strada meglio di te.
La fotografia, in questo, è l’unico strumento che conosco per stare in questo tempo senza cercarne il fondo. Non scatto per catturare: scatto per accorgermi. Per dire a me stesso che ero lì e non ho guardato dall’altra parte. Che i crocus di marzo e i rododendri di giugno sono la stessa frase, scritta su altitudini diverse, con un’unica direzione.
E tu, ce l’hai una mappa biologica del tuo anno? Un fiore che segna un prima e un dopo, senza che tu l’abbia scelto?
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