Rinunciare a una vetta: la libertà del no

C’è stato un tempo in cui tornare a casa senza aver raggiunto quello che mi ero prefissato era una sconfitta. Non una sensazione vaga: una sconfitta vera, con tanto di rosicamento serale sul divano e relative flagellazioni morali.

Quel tempo è finito, ma non da solo.

Quando meno tempo significava meglio

Negli anni in cui il mio andare in montagna era governato dalla prestazione, tutto aveva un peso specifico. I chilometri, il dislivello, le ore impiegate. Meno tempo, più lontano, più in alto: questi erano i parametri con cui misuravo un’uscita e di conseguenza il mio valore. Se tornavo dalla vetta, era stata una buona giornata. Se tornavo a metà strada, non lo era.

La montagna era soprattutto un terreno di gara con me stesso. E come in ogni gara che si rispetti, o si vince o si perde, il pareggio nella mia vita non è mai esistito. Il paesaggio, la luce, il silenzio erano roba che ci passavo in mezzo andando verso altro. Li vedevo, sì, ma non li guardavo davvero.

La macchina fotografica come punto di svolta

Non so dire esattamente quando è cambiato. So grazie a cosa è cambiato: grazie alla fotografia.

Portare la macchina fotografica con me in modo sistematico non ha aggiunto qualcosa alla mia montagna. L’ha ribaltata. La fotografia di montagna ha esigenze precise, e queste esigenze non si conciliano con la logica della prestazione. La luce giusta non aspetta chi cammina veloce. Un riflesso sull’acqua, una cresta che si accende per pochi minuti, la nebbia che trasforma una valle in qualcosa che non sapevi potesse esistere: tutto questo richiede di fermarsi, di essere già lì quando accade.

Ho cominciato pian piano a capire che non era più questione di andare in montagna e fare anche qualche foto. Era esattamente il contrario: andare a fare fotografia in montagna. Sembra una sottigliezza. Non lo è per niente.

Fotografo con treppiede su pianoro alpino, montagne sullo sfondo

La libertà di scegliere

Con quell’inversione ho cominciato a scegliere. Non solo prima di partire, ma soprattutto mentre ero là fuori. Ho cominciato a potermi dire no, e questo no, che all’inizio facevo fatica anche solo a pensare, si è trasformato pian piano in qualcosa di prezioso.

Rinunciare a una cima quando la luce mi chiedeva di fermarmi a metà salita. Girare sui tacchi quando capivo che quel giorno la montagna stava dicendo qualcosa di diverso. Tornare indietro e sentire che non era una resa, era una scelta.

Quello che ho guadagnato non è solo la possibilità di rinunciare. È che quella possibilità mi ha restituito la tranquillità di stare nell’esperienza che avevo davanti, invece di pensare continuamente a quella che mi aspettava più in alto. Mi ha permesso di lasciarmi sorprendere, di lasciare la variabile del tempo in un angolo, dove stava benissimo anche senza di me.

Come mi dico spesso: se non è per oggi, ci sarà un altro giorno. La montagna non va da nessuna parte. I luoghi che frequento li frequento da anni, e ogni ritorno è ogni volta un incontro nuovo, come racconto nel post su cosa significa tornare sempre negli stessi posti.

Vista di una cima alpina da lontano

Il doppio taglio

Però sarei disonesto se mi fermassi sulla parte bella.

Perché quella stessa libertà ha un rovescio che conosco bene. Ogni volta che qualcosa non va come me l’ero immaginata, il poter rinunciare rischia di diventare una scusa comoda. La nebbia troppo densa, il sentiero più lungo del previsto, le gambe che chiedono un ritmo diverso: ed ecco la porta aperta verso la macchina, verso casa, verso il divano.

E dai oggi, e dai domani, il rischio concreto è finire in una zona dove tutto è già preconfezionato, già addomesticato. Dove si esce solo quando si è certi del risultato, dove non c’è più spazio per l’imprevisto, per lo scomodo, per quella dose di attrito che, ne sono convinto, è spesso la condizione necessaria per trovare qualcosa di davvero proprio. Ne ho scritto pensando a come si costruisce una propria visione della montagna.

Barcamenarsi tra queste due tensioni non è semplice, e non pretendo di aver trovato una formula. Quello che so è che l’equilibrio si rompe e si ricostruisce continuamente, ogni volta che metto lo zaino in spalla e la giornata non va come previsto.

Versante di montagna avvolto dalla nebbia

Non so se questo equilibrio sia una conquista definitiva. Probabilmente no.

Quello che so è che la domanda di come stare in montagna me la porto dietro ogni volta che ci vado. E che finché la porto, qualcosa sta funzionando.

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