Parto da qui, da un sentiero che ho calpestato ormai decine di volte, da alberi che potrei chiamare per nome senza sentirmi arrogante, dal rumore del ruscello che riconosco anche quando è nascosto oltre il versante. Sono tornato qui in questa domenica pomeriggio in cui le nuvole stanche si sono adagiate sulla montagna: a volte anche loro hanno voglia di appoggiarsi a qualcosa.
Oggi non ho voglia di arrivare da nessuna parte. E per farlo, il modo che trovo più congeniale è lasciare che gli scarponi seguano quello che lo sguardo percepisce come curiosità.
Lo spazio tra un passo e l’altro
C’è una differenza sottile tra camminare verso qualcosa e camminare senza direzione. Non è una differenza di velocità, né di fatica. È una differenza di ascolto. Quando ho una meta, il sentiero diventa una condizione da attraversare: ogni curva avvicina o allontana. Quando non ho meta, il sentiero smette di essere strumento e comincia ad essere luogo.
A sole poche centinaia di metri dal parcheggio, mi lascio attirare fuori dal tracciato e dentro a un piccolo boschetto. Non è una scelta pianificata. È una percezione che precede il pensiero: là dentro la luce cambia, il suolo cambia, e qualcosa in me riconosce quella differenza come un invito.
La luce tra i faggi


La luce piove dall’alto e si diffonde tra i tronchi. Le foglie madide distillano le gocce una ad una, costruendo una melodia casuale ma a suo modo coerente: una musica che nessuno ha composto e che tuttavia suona come se qualcuno avesse passato anni a studiarla.
Regna il silenzio in questo angolo di bosco, quel silenzio che ho imparato a riconoscere come una condizione e non come un’assenza. È diverso dal silenzio della pianura, più materico, più vivo: ha spessore, ha una temperatura.
Un albero inclinato offusca la vista. Sta annunciando la sua dipartita con la lentezza con cui le cose grandi cambiano: anni, non stagioni. Resto a guardarlo. Non provo a inquadrarlo, non ancora. Prima voglio solo capire come sta.
I gesti lenti

I gesti, qui dentro, non sono quelli affrettati di quando percepisco che l’attimo è davvero un attimo. Sono i gesti di quando so che tra il qui e ora e il tra dieci minuti sarà, sostanzialmente, la stessa cosa.
Lo zaino, il cavalletto, la macchina fotografica. Monto e smonto con la pazienza di un collezionista di piccoli oggetti. Ogni movimento ha la sua sequenza, assodato nel tempo. Non penso alla fotografia: osservo. Scruto gli angoli illuminati e quelli in penombra, come faccio ogni volta che entro in un bosco e cerco il soffitto tra i rami. Non c’è urgenza di scattare, c’è il piacere di stare davanti a qualcosa che nessuno aspetta di vedere fotografato.
Lo smarrimento come pratica

Uscire dal sentiero non significa perdersi. Significa smettere, per un momento, di sapere dove si va. Ed è esattamente in quello spazio di non-sapere che accadono le cose.
Non ho una parola migliore di smarrimento per descriverlo. Ma è uno smarrimento gentile: non produce ansia, non chiede di essere risolto. Chiede solo di essere abitato. Perdersi nel bosco, lo sa chi lo ha fatto almeno una volta, non è necessariamente una condizione di pericolo. A volte è la condizione più lucida che si riesce a raggiungere.
Lascio che il caso mostri quello che ha da mostrare. Un ramo che cade di lato. L’ombra di un tronco che si sposta di mezzo passo mentre le nuvole si muovono lente. Il verso di un uccello che non riconosco. Questo vagare senza direzione, lasciandomi ispirare solo dall’istinto, è una pratica che torna ogni volta che ho bisogno di ricominciare a guardare. Non sempre gli schemi servono. A volte è necessario lasciare che il caos si mostri, e guardare quello che porta con sé.
È così che ho imparato a non fotografare. È così che ho imparato a stare fermo, osservare, aspettare che la luce faccia quello che deve fare.
Tornare al sentiero
Quando rientro sul tracciato principale, qualcosa è diverso. Non so bene cosa. Il bosco è lo stesso di prima, il sentiero è lo stesso, le nuvole stanche sono ancora lì.
Forse sono io che sono cambiato. O forse è solo lo sguardo che si è fermato abbastanza a lungo in un posto da imparare qualcosa senza accorgersene.
Mi chiedo quante volte, in un’uscita, passo accanto a qualcosa senza fermarmi. E quanto costerebbe, la prossima volta, lasciare che gli scarponi seguano la curiosità invece del sentiero.
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