I colori del primo autunno in quota
Da mesi guardo gli stessi larici dalla stessa finestra. Ora la luce cambia registro: non è la fine dell’estate, è l’inizio di un pettine disaccordato di colori, dove l’occhio va sempre a cercare chi resiste.
Da mesi guardo gli stessi larici dalla stessa finestra. Ora la luce cambia registro: non è la fine dell’estate, è l’inizio di un pettine disaccordato di colori, dove l’occhio va sempre a cercare chi resiste.
Nel 1989, quindicenne, mi persi lungo il sentiero 105 sotto le Tre Cime di Lavaredo. Da quella discesa in un canalone di detriti nacque la consapevolezza che accompagna ancora oggi ogni mio ritorno a valle.
Ogni volta che arrivo in vetta mi aspetto che qualcosa si riempia. Trovo invece un vuoto, e con lui una domanda su cosa farne: restarci, o scappare verso il prossimo passo.
Una notte mancata di Perseidi ed eclissi diventa una riflessione sul desiderio, la pigrizia e il cielo come paesaggio da attraversare, non da conquistare.
Cosa resta del calendario quando si sale abbastanza in alto? Una riflessione su ferragosto, tempo geologico e la fermezza che portiamo già dentro, tra silenzio amministrato e sentieri che si svuotano.
Il vertice di ogni salita è un limbo: respiro, silenzio, stasi. Una riflessione su cosa resta di una vetta se non ci si concede il tempo di restarci.
Luglio porta ombre durissime e finestre di luce strettissime. Ma anche l’abbagliamento, quello che sembra cancellare il paesaggio, può diventare una forma di conoscenza.
Cosa cambia quando un confine smette di essere orizzonte e diventa sentiero. Un crinale, due versanti, un temporale in arrivo.
Catapultato da zero a oltre tremila metri in poche ore, il corpo non ha tempo per negoziare. Un viaggio dentro il ritmo, il respiro e il paradosso tra mente e corpo in alta quota.
C’è un modo di guardare la montagna che la riduce a una freccia. Ma la pietra, quando la tieni in mano, non punta da nessuna parte. Chiede solo di trovare il suo posto.