Da bambino disegnavo sempre la stessa montagna. Una linea retta in primo piano, una casetta, un albero enorme a fare ombra, e sullo sfondo il triangolo inconfondibile con il sole che tramontava esattamente dietro la cima. Ogni volta lo stesso schema, ogni volta la stessa certezza. La montagna era quella forma lì: simmetrica, leggibile, definitiva. Un oggetto che non aveva rovescio, un’idea prima ancora che un luogo.
È un’immagine che mi accompagna ancora adesso, quando salgo. Arriva nei momenti più inattesi: a metà di un versante, quando mi giro a guardare da dove vengo, e quello che vedo non somiglia per niente al triangolo della mia infanzia.
La forma che non esiste
Il foglio di carta è democratico: da qualunque parte lo si giri, mostra sempre la stessa faccia. La montagna reale non funziona così. Ogni cambio di posizione restituisce un volto diverso: luci che slittano, spigoli che si aprono, crinali che si moltiplicano o scompaiono dietro altri crinali. Non a caso si chiama punto di vista. La parola lo dice già: non si tratta di vedere, si tratta di dove ti metti mentre vedi.
Ho impiegato anni a capire quanto fosse radicato in me quel triangolo del foglio da disegno. Salivo, fotografavo, tornavo. Dentro, però, continuavo a pensare alla montagna come a un oggetto con una forma sola. Come se il versante che non avevo visto non fosse del tutto reale, o fosse meno legittimo di quello che conoscevo.
La scoperta del versante
Ci sono montagne i cui versanti non si somigliano per niente. Lati che si ignorano, facce che vivono di esposizioni diverse, di storie geologiche incompatibili. Quando me ne sono accorto davvero per la prima volta non stavo guardando da lontano: stavo camminando, il fiato corto, il terreno che cambiava texture sotto i piedi. È stata un’esperienza fisica prima ancora che visiva. Il paesaggio non si offre in una sola lettura: si svela a passi, e ogni passo è un punto di osservazione che non tornerà mai identico.
Questo ha cambiato qualcosa nel mio rapporto con quello che fotografo. Ho smesso di cercare la forma giusta della montagna e ho cominciato ad abitare il versante in cui mi trovavo. Come scrivevo parlando di paesaggio interiore e fotografia, ogni salita è un dialogo: la montagna propone, lo sguardo sceglie.

Scegliere non è rinunciare
Con la consapevolezza è arrivata anche la scelta. Non tutti i versanti mi emozionano allo stesso modo: certi mi parlano, certi no. Certi catturano la luce nel modo che corrisponde a qualcosa che ho dentro, certi hanno una forma che risponde a una necessità che non so nemmeno nominare. E ho imparato che scegliere non è una rinuncia, non è pigrizia, non è mancanza di curiosità. È una forma di onestà verso il proprio sguardo.
Ho luoghi che frequento da oltre trent’anni. Non li ho esauriti. Ogni ritorno porta qualcosa che non avevo visto: una luce che non avevo aspettato, un dettaglio che prima ignoravo, una sensazione che prima non riuscivo a nominare. Cambiare prospettiva, anche solo alzare gli occhi in un posto conosciuto, è spesso più rivelatrice di andare ovunque senza fermarsi da nessuna parte.

Il ritorno come pratica
Ritornare negli stessi luoghi non è abitudine: è metodo. Ogni ritorno è uno strato in più di conoscenza, un livello aggiunto di ascolto. Il luogo non cambia, cambio io: l’angolazione dello sguardo, la stagione, l’umore, la luce di quella mattina specifica.
A volte torno su un versante che conosco a memoria e mi trovo davanti a qualcosa che non avevo mai registrato. Una pietra, una curvatura del terreno, un modo in cui l’acqua scende dopo la pioggia. Luoghi frequentati per quarant’anni conservano ancora angoli sconosciuti, facce di montagne mai viste, emozioni pronte ad essere vissute. Non è la montagna che si trasforma. Sono io che arrivo più pronto ad ascoltare.
Inseguire la propria visione significa anche questo: tornare, aspettare, guardare ancora. Accettare che la conoscenza di un luogo non si esaurisce mai e che questa inesauribilità non è un fallimento ma una promessa.

Il lato che non vedrò mai
Il tempo è tiranno, sempre. E il tiranno impone delle scelte.
C’è una parte di ogni montagna che non vedrò. Un versante che rimarrà fuori dalla mia esperienza, non per negligenza, ma per la matematica semplice di una vita che ha un numero finito di giorni e un numero infinito di luoghi. Ho fatto pace con questa cosa: non con rassegnazione, ma con qualcosa che assomiglia alla gratitudine.
Lasciare andare l’aspettativa di sapere tutto, di vedere tutto, di conoscere ogni angolo: questo mi permette di stare pienamente nel versante che ho scelto. Di essere qui, adesso, con questa luce, su questa pietra. Di restituire quello che il luogo mi affida senza pretendere di possederlo.

La montagna non chiede di essere conosciuta interamente.
E tu, torni spesso sugli stessi versanti, o preferisci sempre un posto nuovo?
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