Rientrare lungo un sentiero anonimo non è segno di resa

Il bivio e la scelta: dove il sentiero si divide

C’è un momento che conosco bene. Il bosco si apre, o forse si stringe, e davanti a me il sentiero smette di essere uno solo. Due tracce, due direzioni. Un paletto di legno consumato, un numero scritto a vernice sbiadita. Resto fermo un secondo più del necessario.

Ma il bivio vero non è quello. Non è mai quello.

Un luogo della mente, non della mappa

Ho camminato abbastanza da capire che il bivio geografico è quasi sempre risolvibile. Destra o sinistra si decidono con una cartina, con il buon senso, leggendo l’esposizione del versante. È una questione tecnica. Richiede attenzione, non saggezza.

Il bivio che conta, quello che mi ha fermato più volte, è sempre verticale. Non destra o sinistra: su o giù. Continuare o rientrare.

Non è una domanda sulla cartina. È una domanda su di me.

E quella domanda arriva sempre in un momento preciso: quando il corpo ha già detto qualcosa, quando la luce sta cambiando, quando il silenzio intorno ha preso una qualità diversa. Arriva prima che io abbia deciso di ascoltarla.

La verticale della scelta

Salire o scendere. Sembra semplice, detto così. Ma in cammino, quella scelta porta tutto con sé: la stanchezza accumulata nelle gambe, le nuvole che salgono dal fondo della valle, il tempo che avanza più in fretta di quanto sembri dal basso.

Continuare è sempre una forma di fiducia. Rientrare è sempre una forma di saggezza. Il problema è che nel momento del bivio non sai ancora quale delle due stai praticando.

Mi sono sbagliato in entrambe le direzioni. Ho continuato quando avrei dovuto scendere, e ho perso la luce, o mi sono ritrovato su terreno che non avevo messo in conto. Sono rientrato quando avrei potuto andare avanti, e ho portato a casa un dubbio che ha impiegato settimane a dissolversi. Nessun GPS ti dice quale errore stai per fare.

La sentinella

Col tempo ho imparato a tenere una parte di me sempre sveglia, rivolta all’attorno. Non è ansia. È un’attenzione che cammina con me, laterale, periferica, come quegli uccelli che vedi con la coda dell’occhio e non riesci a metterli a fuoco se ti giri.

Questa sentinella raccoglie segnali. La qualità dell’aria. Il modo in cui le nuvole si muovono rispetto al crinale. Il ritmo del mio respiro. La tensione nella parte bassa della schiena. Cose che non finiscono in nessuna cartina, che non si misurano con nessuno strumento, e che tuttavia orientano la scelta più di qualsiasi dato oggettivo.

Sono i segnali che so essermi ostili. O che imparano a diventarlo, strada facendo. Di fronte a loro, il bivio si apre di nuovo: do ascolto, o vado avanti?

Non ho ancora trovato una regola. Ho trovato solo l’abitudine di fermarmi un momento prima di rispondere.

La strada meno battuta, e le altre

Robert Frost ha scritto di due strade che divergevano in un bosco. Ho letto quella poesia molte volte, in inglese e nelle traduzioni che ne hanno fatto gli altri. A un certo punto ho smesso di cercare la versione giusta e ho provato a farne una mia, camminandoci dentro con il mio passo. Questa è la mia straduzione.

Due sentieri si dividevano nel bosco ancora giallo,
e dispiaciuto di non poterli fare entrambi
rimasi fermo più a lungo del necessario,
a guardare dove uno piegava tra i rami,
dove il bosco si chiudeva senza rispondere.

Presi l’altro. Sembrava uguale, forse un po’ più coperto d’erba, di silenzio.
Ma il passaggio degli altri li aveva consumati quasi alla stessa misura,
e quella mattina entrambi giacevano tra foglie
che nessun passo aveva ancora annerito.

Tenni il primo per un altro giorno.
Sapevo già che una strada porta a un’altra,
che non sarei tornato.

Forse lo racconterò, un giorno, da una distanza che adesso non riesco a misurare:
due sentieri nel bosco, e io ho scelto quello che saliva.
Non so ancora se ha fatto tutta la differenza.
So che mi ha fatto camminare.

Frost chiude con una certezza costruita a posteriori, quasi un’autoassoluzione. Io non ci riesco. Sul sentiero, nel momento del bivio, non esiste ancora nessuna storia. C’è solo il presente: l’aria, il peso dello zaino, un suono nell’erba alta che non identifichi subito. Ho scritto altrove di Frost, di betulle, di quel dondolarsi tra i rami che somiglia a come si affrontano certe salite. Come ho raccontato nel post sulle mappe inutili di aprile, la carta non sa niente di queste soglie.

Sentiero che risale un versante montano aperto verso il crinale

Quello che rimane

Il bivio non è mai il problema. È il rivelatore.

Rivela quanto ti fidi del tuo corpo, quanto sei disposto ad ascoltare quello che non avevi pianificato, quanto sei capace di rinunciare a una meta senza sentirti mancare qualcosa di essenziale. Rivela se stai camminando verso un punto sulla cartina o dentro una pratica.

Le scelte migliori che ho fatto in montagna non le ho deliberate. Le ho abitate. Mi sono fermato, ho aspettato un momento in più del necessario, e da qualche parte dentro di me qualcosa si è orientato. Non sempre nella direzione che mi aspettavo.

Quella pausa prima della svolta, quel non-ancora-sapere, è forse la cosa che mi ha insegnato di più. Non dove andare. Come stare, nel momento in cui ancora non lo so.

E tu, al bivio, cosa senti arrivare per primo?

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