La stanza in ordine e la montagna che scombina i margini
Quando penso all’addomesticarsi, vedo sempre una stanza ben ordinata.
I libri allineati, le scarpe in fila, il calendario pieno di impegni scritti con penne di colori diversi.
Tutto al proprio posto, tutto sotto controllo.
Per anni ho creduto che fosse questo crescere: diventare più gestibili, più prevedibili, più “a posto”.
Imparare a moderare le emozioni, a contenere gli eccessi, a non disturbare.
Una forma educata di resa.
Poi è arrivata la montagna, a scombinarne i margini.
Su un sentiero ripido, con il fiato corto e le gambe che bruciano, non c’è molto spazio per l’addomesticamento.
Il corpo prende il comando, il pensiero si fa essenziale: un passo, poi l’altro.
Il vento sposta le nubi a suo piacimento, il terreno è a tratti solido, a tratti franoso.
Non c’è nulla di addomesticato in quell’insieme di sassi, radici, neve residua a fine stagione.
C’è solo un grande invito: ricordati che non controlli quasi niente.
Forse inselvatichirsi comincia qui: nel riconoscere che la pretesa di governare tutto è una forma sottile di paura.
Paura del vuoto, del silenzio, degli imprevisti.
Allora ci addomestichiamo: ci diamo orari, ruoli, maschere. Ci raccontiamo che così saremo al sicuro.
Ma a quale prezzo?
Addomesticarsi: sicurezza o anestesia?
Quando mi “addomestico” troppo, mi accorgo che smetto di ascoltare.
Rispondo in automatico, seguo abitudini che non interrogo più, mi lascio trascinare da un flusso che non ho scelto.
L’Altrove tace, o forse parla sottovoce e io non lo sento.
La linea retta dell’efficienza prende il sopravvento: fare, produrre, ottimizzare (ne avevo scritto anche in “Contro la linea retta”).
Essere “funzionante” diventa più importante che essere vivo.
Inselvatichirsi, per me, è il movimento opposto.
Non è scappare nel bosco e rifiutare il mondo, ma riportare il bosco dentro il mondo che abito ogni giorno.
È ricordare che, sotto gli strati di educazione, aspettative, paure, c’è un nucleo selvatico che non ha dimenticato come si fa ad ascoltare il vento, a leggere il cielo, a fidarsi del corpo.
Il bosco come cattedrale interiore
Quando cammino da solo tra i larici, sento questo nucleo svegliarsi.
Non devo dimostrare niente a nessuno, non devo essere all’altezza di nulla.
Posso stonare, sbagliare ritmo, fermarmi di colpo.
Il bosco non mi giudica: mi registra, semplicemente.
Mi vede passare, mi lascia andare. È la mia cattedrale, come raccontavo in “La cattedrale del bosco”.
In quei momenti sento che inselvatichirsi è anche smettere di tradursi di continuo.
Non adattarsi sempre e comunque al linguaggio degli altri, alle loro velocità, ai loro parametri.
Lasciare che alcune parti di me restino intraducibili, non spiegate, non spiegabili.
Come certe ombre sulle pareti della valle al tramonto: se provi a descriverle troppo, si dissolvono.
Addomesticarsi, al contrario, è correggere ogni cosa che esce dai margini.
È dire: questo non si fa, questo non si dice, questo non si sente.
È raddrizzare ogni curva.
Alla fine restiamo perfettamente allineati, ma svuotati.
Non sto dicendo che la dimensione “domestica” sia sbagliata in sé.
Ho bisogno di una casa, di un rifugio caldo, di una certa routine.
Ho bisogno di tavoli su cui appoggiare i quaderni, di una tazza di caffè, di un tetto che mi protegga dalla neve.
La verità è che non voglio scegliere tra casa e bosco: voglio che la casa non spenga il bosco, e che il bosco continui a scalfire i confini della casa.
Inselvatichirsi come pratica quotidiana
Inselvatichirsi, allora, diventa una pratica quotidiana, piccola.
Spegnere il telefono prima di entrare nel bosco.
Lasciarsi sorprendere da un sentiero secondario, non programmato.
Accettare di avere paura davanti a un canalone innevato, senza vergognarsene.
Ascoltare il corpo quando dice basta, e ascoltarlo anche quando chiede di andare ancora un po’ più in là.
Riconoscere la propria fragilità dentro l’immensità del paesaggio, invece di indurirsi per finta.

Forse è questo il cuore della faccenda: l’addomesticamento promette sicurezza, ma spesso ci consegna anestesia.
L’inselvatichirsi non promette niente, se non una maggiore esposizione alla realtà.
Più freddo, più silenzio, più vertigine.
Ma anche più meraviglia, più presenza, più verità.
Quando cammino in montagna e mi sento la cosa meno importante attorno a me, succede qualcosa di strano: mi alleggerisco (ne ho parlato guardando la montagna come luogo di singolarità e tempo).
Le preoccupazioni cambiano peso, certe urgenze si rivelano per quello che sono: rumore di fondo.
Resto io, con il mio respiro, le mie cicatrici, i miei passi.
Resto io, ma un po’ più aperto, un po’ meno addomesticato.
Non voglio diventare “selvatico” come immagine romantica da cartolina.
Voglio solo smettere, ogni tanto, di rendermi presentabile.
Lasciare che il fango sporchi gli scarponi, che il vento mi scompigli i pensieri, che il silenzio mi metta a disagio e poi mi rieduchi.
Tornare a casa portandomi dietro il graffio di ciò che ho incontrato fuori.
Tornare lentamente a sé
Forse inselvatichirsi è proprio questo:
non diventare altro, ma tornare lentamente a sé.
Togliere strati, concedersi spigoli, restare in ascolto.


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