Era una di quelle domeniche che il cielo decide di fare sul serio. La luce aveva una qualità rara, quasi indecente: quel tipo di pomeriggio autunnale che ti fa sentire in debito con il mondo. I faggi erano accesi di rosso e rame, e l’aria sapeva di terra umida e qualcosa di fermentato, dolce. Mi ero fermato davanti a un tronco storto, cercando l’angolo giusto, quando ho sentito il mio nome.
Filippo Macchi.
Pronunciato bene, non storpiato. Non un’eco, non il vento. Qualcuno mi chiamava per nome, in quel bosco, in quel pomeriggio.
La bolla
Chi cammina spesso in solitaria conosce bene quella condizione. Non è solitudine nel senso romantico del termine: non è malinconia, non è fuga. È piuttosto una bolla, uno spazio di attenzione che si forma intorno al corpo mentre si cammina, e che col tempo diventa l’ambiente naturale della pratica fotografica. Dentro la bolla ci sei tu, la luce, il soggetto. Fuori c’è tutto il resto.
Raramente qualcuno entra in quella bolla. Non nei giorni feriali, non sulle creste lontane, non nelle ore in cui le famiglie sono già tornate a valle. Ho imparato a muovermi negli spazi e negli orari di minor affollamento, non per snobismo, ma perché certi tipi di attenzione richiedono certi tipi di silenzio. La solitudine, per me, non è mai stata vuota: è sempre stata piena di cose da guardare.
Ecco perché sentire il mio nome pronunciato in un bosco mi ha fermato di colpo.

Il riconoscimento
Mi sono girato. C’era un uomo che mi guardava con un’espressione tra il curioso e il cauto, probabilmente la stessa che avevo io. Non lo riconoscevo. O meglio: il viso mi diceva qualcosa, ma il contesto era sbagliato. Siamo fatti così, noi umani: siamo abituati a vedere le persone nel loro contesto abituale, e quando le incontriamo altrove il cervello fatica a fare la connessione.
Mi sono avvicinato con quella certa aria guardinga che mi è propria. E poi l’ho capito.
Paolo.
L’ultima volta era ottobre 2023 in occasione della mia mostra Rinascita. Prima ancora, agosto 2020, al rifugio Segantini in Val d’Amola: una tre giorni densa di parole e fotogradie. Ci sono amicizie che esistono ad intermittenza, che non seguono la logica del contatto quotidiano ma quella degli incroci rari. Come certi uccelli migratori che si posano sullo stesso ramo in anni diversi.
Anche Paolo era lì per fotografare. Zaino in spalla, macchina al collo, cavalletto spianato.
I dieci minuti
Abbiamo parlato per una decina di minuti. Viaggi, amici in comune, fotografie. Qualcuno che avevamo perso di vista, qualche posto che entrambi avevamo visitato. Il ritmo era diverso da una conversazione normale: più compresso, più essenziale, come se entrambi sapessimo che il tempo era limitato e non ci fosse spazio per le cose inutili.
Non ho controllato il telefono. Non ho scattato. Mi sono solo fermato a parlare, in quel bosco, in quella luce.
C’è qualcosa di specifico che accade negli incontri brevi in montagna. La brevità non li impoverisce: li concentra. Non c’è tempo per le conversazioni di superficie, per le formalità o i convenevoli prolungati. Si va subito a quello che conta: dove sei stato, cosa hai visto, come stai. E poi ci si saluta, e ognuno riprende il proprio cammino.
Questo è diverso dagli incontri in città, dove si rimanda sempre tutto a un “ci sentiamo” che poi non arriva. In montagna non si rimanda. Si sta, oppure no. Come con certi alberi che conosci da anni e con cui hai un rapporto che non ha bisogno di continuità per essere reale.

La sparizione
Quando Paolo è sparito oltre la curva del sentiero, mi sono ritrovato di nuovo solo. La bolla si era richiusa. Il bosco era rimasto uguale: stessa luce, stessi faggi, stesso odore di terra. Ma qualcosa si era spostato.
Non era malinconia. Era piuttosto quella sensazione che capita quando una finestra si apre per un momento e lascia entrare un refolo d’aria fresca, e poi si richiude, e l’aria rimane.
Ho ripreso a fotografare. Ma per qualche minuto non ho visto più solo alberi. Ho pensato a tutti i ritorni sugli stessi sentieri, alle stesse facce incontrate in anni diversi, al modo in cui certi luoghi diventano punti di convergenza per persone che altrimenti non si incontrerebbero mai.

In montagna ci si ritrova per affinità elettiva, anche quando si crede di andarci da soli.
La fotografia che ho fatto quel pomeriggio è buona. Forse la migliore della giornata. Non so se c’entra qualcosa l’incontro con Paolo, i dieci minuti fuori dalla bolla, il ritorno al bosco con occhi leggermente diversi.
Forse la buona luce aiuta semplicemente a fare buone fotografie.
O forse certe distrazioni ci restituiscono alla presenza in modo che nessun esercizio di meditazione riesce a fare del tutto.
Tu hai mai incontrato qualcuno per caso in montagna, in quel modo preciso: breve, intenso, poi sparito?
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