Ci sono fotografie che non dimentichi. Non per la luce, non per la composizione, non per quello che mostrano. Ma per quello che ti fanno pensare ogni volta che le riguardi.
Ne ho una del gennaio 2024 che faccio fatica a mettere da parte. Mostra una traccia di animale nella neve. Di quelle, d’accordo, ne esistono migliaia. Ma questa traccia fa qualcosa di strano. Sale in diagonale da sinistra verso destra, attraversa un campo aperto, e raggiunge un paletto — uno di quelli che in estate delimitano i pascoli con le cordelle elettrificate. Arrivata al paletto, la traccia ruota di quarantacinque gradi, verso sinistra, e riprende a salire. Raggiunto un altro paletto, stessa cosa. Come se qualcuno — o qualcosa — stesse seguendo un percorso preciso, su una mappa che non vedo.
Torno spesso a quella fotografia. E ogni volta mi chiedo cosa stessi guardando davvero.
Un testo che non ho scritto io
La neve è uno dei pochi supporti che il paesaggio offre ai propri appunti. Dura qualche giorno, poi sparisce. Ma finché c’è, ogni passaggio lascia un segno. Un animale che transita di notte, una volpe, un capriolo, un tasso — nessuno li vede, eppure il giorno dopo la neve racconta tutto. La direzione, il ritmo, il peso. Qualcosa di quello che stava cercando.
Ho sempre pensato che leggere le tracce fosse un’abilità antica, da cacciatori, da pastori, da gente che viveva dentro al paesaggio invece di attraversarlo. Ma guardando quella fotografia mi sono reso conto di qualcosa di più preciso: le tracce non mostrano solo dove è passato qualcuno, ma quanto bene conosce il territorio. La creatura che ho fotografato — di notte, al freddo, con la neve che cambiava tutto — ha seguito i paletti come se li vedesse. Come se li ricordasse. Ha tenuto una rotta intorno agli ostacoli senza esitare, senza tornare indietro.
Non ho mai visto tracce di animale che tornano sui propri passi. È sempre un proseguire. Magari a zig zag, magari a curve, ma mai un dietrofront. Come se l’errore, per loro, non fosse contemplato come categoria. Non perché non sbaglino, ma perché il movimento stesso è già risposta.

Orientarsi quando i riferimenti spariscono
C’è una cosa che la neve fa al paesaggio: lo azzera. Curve, avvallamenti, sentieri, stradine — tutto sparisce sotto un’uniforme superficie bianca. I punti di riferimento che conosci d’estate svaniscono. Ti rimangono le forme grandi, le linee degli alberi, i profili delle creste. E qualche paletto.
Spesso ho incontrato questa sensazione di disorientamento in montagna d’inverno. Non è paura, è qualcosa di più sottile: la consapevolezza che il territorio che credi di conoscere non è mai del tutto tuo. Cambia. Si trasforma. Ti ricorda che la tua mappa mentale è solo un’approssimazione. Qualcosa su cui ho riflettuto molto soprattutto nei cammini solitari, quando non c’è nessun altro a cui delegare l’incertezza.
L’animale nella fotografia, invece, non sembrava affatto disorientato. Sembrava a casa. E allora ho pensato che orientarsi non è sapere dove sei su una carta, ma sapere come si comporta il territorio intorno a te. Riconoscere i paletti non perché li vedi, ma perché sai che ci sono, perché li hai incontrati cento volte, perché il tuo corpo li ricorda anche al buio.
È il genere di conoscenza che si costruisce solo con il tempo. Con la ripetizione. Con il ritorno, anno dopo anno, agli stessi luoghi. Come i trent’anni passati a frequentare Braies, dove certe pietraie le riconosco dal modo in cui risponde il suolo sotto i piedi, non dalla forma che hanno.
Non sono solo di passaggio
C’è un’altra cosa che quella fotografia mi ha insegnato. Una cosa più semplice, forse, ma che non smette di toccarmi.
Quella traccia mi dice che prima di me, in quel posto, c’era già qualcun altro. Che quel campo aperto, quella neve, quei paletti — non sono miei. Sono condivisi. Appartengono a qualcosa che passa di notte, che ha i propri percorsi, le proprie urgenze, la propria relazione con quel territorio. Io sono arrivato il giorno dopo, con la luce, con la macchina fotografica. A leggere quello che era già successo senza di me.
Mi piace pensarmi come un passante tra i passanti. Qualcuno che attraversa, lascia qualche impronta, e poi se ne va. Al pari di tanti altri, sono solo di passaggio. E questa consapevolezza, invece di rendermi piccolo, mi alleggerisce. Mi libera dall’idea di dover possedere il paesaggio che fotografo — di doverlo catturare, dominare, conquistare. Quella traccia nella neve mi ricorda che la fotografia, per come la intendo, è un gesto di restituzione. Non sto prendendo niente. Sto cercando di restituire qualcosa di quello che quel posto mi ha dato.


Continuo a guardare quella fotografia. La traccia che sale, gira, riprende. Non so quale animale fosse. Non so dove stesse andando.
So che sapeva come arrivarci.
Quando cammini su un territorio che conosci bene, ti capita di fidarti del corpo prima della testa? Di sentirti guidato da qualcosa che non sai nominare?
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