Il tempo ordinario lo conosco fin troppo bene: quello scandito dall’orologio, dalle sveglie puntate (soprattutto per andare in Montagna), dagli impegni che si accavallano, dalle scadenze che dettano il ritmo della giornata. È il tempo della produttività, dell’efficienza, della velocità. È un tempo lineare che scorre senza fermarsi, che si misura con precisione e che spesso si trasforma in gabbia. Dentro questo tempo mi muovo per necessità, ma quasi mai per scelta.
Eppure, ogni volta che salgo in Montagna, entro in un altro tempo. È un passaggio quasi impercettibile, eppure potentissimo: smetto di appartenere al tempo ordinario e mi lascio trasportare in quello che io chiamo tempo sacro. Qui l’orologio perde il suo potere, le lancette non hanno più senso. La mia vita non è più scandita da minuti o ore, ma dal ritmo del mio passo, dal respiro che si fa più lento o più affannato, dalla luce che cambia sul profilo delle cime.
Il tempo sacro è il tempo dello straordinario. Un tempo che non si accumula né si consuma, ma si vive. È la dimensione in cui mi accorgo che due ore di salita possono sembrarmi un attimo, o che un singolo minuto può contenere un’intera eternità. È il tempo della presenza assoluta: non c’è più il prima, non c’è ancora il dopo, c’è solo l’adesso.
Ricordo un’alba passata in rifugio: la notte era stata lunga e insonne, con il vento che batteva sulle finestre. Eppure, quando ho aperto la porta e sono uscito all’esterno, il mondo era sospeso. Il cielo ancora buio, le prime sfumature rosate all’orizzonte, il silenzio totale. Ho avuto la sensazione netta che il tempo si fosse fermato. Non stavo più contando i minuti che mi separavano dalla colazione, non pensavo al programma della giornata. Ero semplicemente lì, immobile, e quel presente assoluto era già completo, non mancava niente.

Un’altra volta, durante una lunga salita verso un passo alpino, ho sperimentato l’opposto: il tempo che si dilatava al punto da sembrarmi infinito. Ogni curva apriva a un nuovo tratto di sentiero, ogni passo richiedeva forza e respiro. Non arrivavo mai. Ma proprio in quella fatica interminabile ho capito che il tempo sacro non è sempre lieve: a volte è pesante, gravoso, perché ti costringe a stare dentro l’attimo senza possibilità di fuga. È un invito a rimanere, a non scappare, a riconoscere che anche la lentezza e l’attesa hanno valore.

La montagna mi ha insegnato che il tempo sacro non riguarda solo me. C’è un altro tempo che abita queste valli, e che io posso solo intuire: il tempo geologico. Le rocce che cammino sopra hanno milioni di anni, i ghiacciai che vedo soffrire e ritirarsi raccontano storie che attraversano secoli. Quando poso lo sguardo su queste testimonianze, mi rendo conto che il mio tempo umano è un battito appena percettibile dentro una sinfonia infinita. È come se la montagna mi dicesse: “Non sei tu a possedere il tempo, sei tu che ne sei custodito”.

Ed è proprio in questo ridimensionamento che scopro la sacralità. Non sono io al centro, non è il mio orologio a decidere. È la natura a impormi un ritmo diverso, più ampio, più vero. Il tempo sacro della montagna è il tempo che mi libera dalla schiavitù della fretta, mi toglie dalle mani la clessidra e mi restituisce la possibilità di abitare l’adesso.
Per me, la montagna è sacra anche per questo: perché interrompe la tirannia del tempo ordinario e apre uno spazio straordinario dove ogni istante è totale. Non importa se si tratta di un tramonto, di un temporale improvviso, di un sentiero che sembra non finire mai: ciò che conta è che lì, in quel momento, non sono più un prigioniero delle ore. Sono vivo.
Il tempo sacro non si misura, si vive. Non si accumula, si ricorda. Non lo si controlla, ma ci si lascia attraversare.
E tu? Hai mai sentito che il tempo si spezzava, che smetteva di scorrere come fai ogni giorno e diventava qualcos’altro? Forse è stato guardando un cielo stellato, o ascoltando il rumore del mare, o semplicemente camminando in silenzio. Ti invito a riconoscere quel tempo, a cercarlo, a custodirlo. E, se vorrai, a viverlo insieme a me in montagna.
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