Da qualche tempo, grazie al restauro di una Rollei Flex, stiamo lavorando in 6×6 sulla fotografia di paesaggio in bianco e nero a pellicola. La vecchia e cara Kodak Trix-400 messa in naftalina ormai 18 anni fa ha ritrovato un posto in primi piano sugli scaffali dello studio.
Fin da subito è stata una sensazione, un déjà vu, piuttosto strano. Il rullino, le pose (12 in questo caso), il pozzetto (a cui non mi sono ancora abituato), i limiti di un mezzo concepito 60/70 anni fa. Insomma un mondo che avevo archiviato e che invece a prepotenza sento di voler recuperare.
Ma veniamo agli aspetti pratici. Innanzitutto il pozzetto con la sua visione ribaltata è per me un mondo nuovo che costringe a guardare con attenzione alla composizione prima di compiere qualunque altra azione. La valutazione degli elementi, dell’orizzonte e delle inclinazioni, che ahimè affliggono la mia fotografia, mi obbliga ad un uso importante del tempo. Tempo per guardare e per pensare.
Non ritengo questa cosa un aspetto negativo, anzi, personalmente ridà una dignità all’atto del fotografare, non più un’azione meccanica seguito da una prima valutazione veloce sul visore e da eventuali ulteriori scatti, ma il risultato di una serie di considerazioni personali che scaturiscono poi in un unico scatto, unico non più una raffica. Ritengo che sì, questa cosa dia un valore aggiunto al risultato finale.
Seconda questione: la flessibilità, dove è finita? Pellicola significa iso fissi, significa che in certe condizioni è inutile fotografare, significa pensare prima al quando e al dove. Ovviamente la pellicola dimostra tutti i suoi limiti rispetto ad uno strumento digitale in grado di adattarsi e concordo che spesso a malincuore ho riposto la macchina nella borsa guardando una scena che forse con il digitale avrei comunque potuto gestire.
Terzo aspetto: ottica fissa ergo pensa a quello che stai vedendo e muovi quelle gambe!
Quarto aspetto: niente automatismi ovvero esposizione manuale, messa fuoco manuale, ricarica manuale. Ai primi scatti sembravo un imbranato alle prime armi, poi pian piano i vecchi automatismi sono ritornati anche se i miei problemi storici di messa a fuoco ahimè rimangono sempre lì.
Onestamente questa esperienza è estremamente positiva, è vero che facciamo un tipo di fotografia che si presta alla “lentezza” della pellicola, ma è anche vero che l’obbligo di effettuare determinati ragionamenti è un esercizio utilissimo in senso lato. Ragionamenti che gioco forza svolgono un ruolo essenziale nella fotografia indipendentemente da tipo di strumento che si sta utilizzando, ma che è inutile nasconderlo, con l’uso del digitale spesso vengono sottintesi o rimandati alla fase di post produzione quando va bene.
Di seguito alcune immagini realizzate nella zona di Corvara, l’impatto è sicuramente affascinante anche se non nascondo che la gestione dell’esposizione, una volta sviluppate le pellicole, si è dimostrata alquanto complicata nonostante l’esposimetro della Rollei Flex abbia fatto il suo lavoro. Quel che è certo è che la fotografia di paesaggio in bianco e nero a pellicola conserva intatto il fascino della grana che solo con il rullino si riesce ad ottenere, ovviamente per gli amanti del genere.

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