Giovanni Segantini

Sabato scorso ho avuto l’opportunità di visitare il Segantini Museum di St. Moritz gestito dall’omonima Fondazione.

Negli ultimi anni, grazie all’amico Cesare Martinato vero intenditore e cultore di Segantini, mi sono avvicinato al lavoro di questo pittore vissuto nell’800, ero quindi molto curioso di vedere di persona alcuni dei suoi quadri.

Prima di questa visita, qualche mese fa, mi sono dedicato un po’ all’approfondimento della tecnica pittorica usata da Segantini attraverso una bella risorsa online rappresentata da Google Arts & Culture. Un sito dedicato all’arte a 360° nel quale ho trovato diverse informazioni, in alcuni casi anche molto dettagliate, su Segantini come su altri artisti di mio interesse.

Per quanto mi riguarda però il virtuale non sostituirà mai il reale quindi ho colto l’opportunità di un sabato uggioso per fare la visita al museo.

Segantini, al pari di Turner e Caspar Friedrich, mi ha lasciato una forte emozione per la sua capacità di creare e gestire la luce.

Quando penso alla luce in fotografia ho molto chiaro quello che mi piace catturare e quindi le situazioni nelle quali posso esprimere la mia ricerca e la mia visione al massimo delle mie capacità.

In pittura la situazione è diametralmente opposta in quanto è l’artista stesso che deve creare, attraverso la sua tecnica (nel caso di Segantini attraverso il divisionismo), la luce o la sua assenza o la sua presenza.

Di luci ce ne sono infinite e di tutte le opere esposte forse quella che più mi ha toccato è stata “Ritorno all’ovile“, un concentrato densissimo di atmosfere immerse nella penombra serale.

Ho cercato in rete qualche immagine che rendesse anche solo minimamente quello che ho visto con i miei occhi ma non ho trovato nulla che valesse la pena mettere in questo post Dovrete andare di persona a guardare quel quadro.

Ho trovato un’arte in grado di creare e rappresentare la giusta luce in ogni situazione, diversamente da quanto invece faccio io che sono sempre alla ricerca del contrasto estremo tra luci ed ombre, non a caso adoro Caravaggio.

Di tutt’altro respiro invece le 3 opere che Segantini realizzò per l’Esposizione Universale di Parigi del 1900.

Al di là degli aspetti legati al simbolismo intrinseco alle opere del Segantini e alla bellezza incredibile dei paesaggi rappresentati, sono rimasto esterrefatto di fronte alla rappresentazione delle montagne nell’opera denominata “La vita”.

Giovanni Segantini, La vita

Ho fissato quel profilo di monti per diversi minuti incapace di coglierne l’essenza oltre che l’impossibilità di carpirne la tecnica.

Da una certa distanza il mio occhio fugge verso quella zona appena a destra del centro del dipinto, quel gruppo di montagne così taglienti, così precise, così vive mi ha lasciato senza parole.

Ero letteralmente là, sul quel prato a fissarle.

Giovanni Segantini, il trittico La vita, La natura, La morte.

Il museo in sè non ha tantissime opere, ma quelle presenti, insieme all’audioguida, danno uno spaccato perfetto dell’opera di Segantini.

Tra l’altro, fino al 20 ottobre 2024, è possibile visitare anche la mostra temporanea dal titolo “Tra Milano e Maloja – il significato di luce e ombra nell’opera del giovane realista e del maturo simbolista Segantini” che si inserisce in un’iniziativa più ampia organizzata dall’associrazione Chesas da cultura Engiadina che, coinvolgendo 14 diverse istituzioni culturali, affronta il tema Splendur e sumbriva — luce e ombra in Engadina (link).

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