Qualche settimana fa ho fatto uscire un reel su instagram per la serie “Sul mio relazionarmi con la montagna” dal titolo Rinunciare.
Nel video parlo di come aver imparato a rinunciare mi abbia aperto un mondo sull’andare in montagna, in particolare ho smesso, quasi magicamente, di lamentarmi con me stesso per la fatica ogni volta che calzo gli scarponi.
La settimana scorsa, senza nemmeno renderme conto, ho aggiunto un tassello importantissimo a questo rinunciare.
Infatti mi sono trovato di fronte ad una scelta, ovvero se concedermi, durante una salita molto importante, la possibilità di fermarmi in caso di situazioni interessanti da fotografare.
In quel momento non ho esitato: “nessuna sosta, oggi abbiamo un obiettivo solo, se nello scendere ci saranno delle situazioni, allora valuteremo“.
Questo il mio ordine perentorio alla guida che mi stava accompagnando.
Sul momento mi è sembrato normale rispondere in questa maniera perchè i pensieri, pochi e veloci, che ho fatto sono stati tutti rivolti alle due variabili che in quello scenario temevo particolarmente: la fatica profusa e il tempo a disposizione.
La fatica fisica infatti ha delle ripercussioni importanti sulla capacità di concentrazione che se unita al consumo di energie nervose e di attenzione richieste dal fotografare, porta inesorabilmente alla mancanza di idee, di attenzione, di concentrazione. Fotografare diventa un gesto privo di intenzioni e più di volta ho potuto constatare la sterilità del materiale prodotto.
Il tempo a disposizione nello specifico era rappresentato dalla stagione. Fotografare in estate dopo un certo orario è praticamente inutile, nel mio caso le aggravanti erano rappresentate dalla neve e dall’idea di fotografia che volevo realizzare. Arrivare quindi il prima possibile “sul luogo del delitto” era di fondamentale importanza.
Operare questa scelta ha voluto dire rinunciare a qualsiasi tipo di fotografia durante le 5 ore di salita.
I giorni hanno poi iniziato a srotolarsi e una volta tornato a casa lentamente stanno venendo a galla diverse cose su cui sto riflettendo, una ad esempio è proprio questa della fotografia e rinuncia.
A bocce ferme riconosco di aver fatto la scelta giusta, ma non solo, infatti sono particolarmente contento del perchè sono riuscito a fare questa scelta.
Il percorso di consapevolezza iniziato tempo fa, oggi si manifesta anche attraverso questo tipo di eventi e ne sono grato.
Non a caso questo concetto di Rinuncia è presente nella mia proposta Camminare fotografie come un momento essenziale al raggiungimento di quella consapevolezza necessaria per esprimersi attraverso la fotografia.
Ora però la cosa non finisce così perchè sono stato stimolato a ragionare su questo verbo, rinunciare, come ad un’azione dall’accezione negativa. Molto più positivo sarebbe l’uso del verbo scegliere.
E’ chiaro che il risultato di entrambe le azioni è il medesimo, rinuncio per scegliere qualcosa, scelgo di fare una cosa rinunciando ad altro.
E’ veramente sottile la linea che separa queste due azioni, io preferisco utilizzare il termine rinuncia in quanto termine portatore di un fardello, di un peso, il peso appunto della rinuncia.
Lo ritengo un verbo dalle connotazioni fortemente consapevoli. Rinunciare non è facile, lo è per certi versi scegliere.
Ora mi chiedo tu cosa ne pensi?
Se ti va di condivedere il tuo pensiero o la tua esperienza puoi commentare questo post o scrivermi una mail a filippo.macchi@gmail.com.
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