Il sole torna potente dopo la sferzata. Neve, vento, gelo. Giorni interi con questo fronte da nord che è piombato senza tanti complimenti, come succede quando l’inverno decide di ricordarsi di esistere anche in primavera.
Le nuvole, alte in cielo, vengono spazzate con violenza sui contrafforti di roccia che delimitano la valle. Le guardo da fermo. Hanno qualcosa di urgente nel modo in cui si muovono, come se stessero cercando di raggiungere un posto prima che faccia buio.
Partire quando tutto spinge a restare
La neve finissima degli ultimi giorni viene sollevata in turbinii che ricordano quelli dei deserti dell’Arizona. Mancano solo i cespugli rotolanti e il quadro sarebbe completo. Ma non ci sono. C’è solo questo vento, e io con lo zaino in spalla e i bastoncini alle mani.
Camminare in queste giornate significa esporsi all’azione del vento in modo totale. Non importa se gli dai la schiena o lo prendi in faccia: quello sarà il tuo compagno a ogni passo, a ogni respiro. Non negozia. Non fa pause. Semplicemente c’è, e tu impari a camminarci dentro come si impara a stare in piedi su un terreno instabile.
Se lasci un polsino leggermente aperto, lui si infila senza chiedere permesso. Risale lungo il braccio con il suo alito gelido. Anche con gli occhiali protettivi, la faccia diventa una superficie levigata da centinaia di piccoli aghi. Scordati di toglierti un guanto, cioè, sì, puoi farlo, ma sai già che ti assumi le tue responsabilità mentre lo sfili dalla mano.

Il corpo che resiste
Sudo. Ho caldo e ho freddo contemporaneamente.
L’inverno è questo: è scomodità. Non nel senso che si usa quando si vuole dire che qualcosa è difficile ma affascinante. È scomodità vera, fisica, che si accumula nelle gambe e sulla schiena, che si deposita nella barba ghiacciata e nelle guance che fanno male. È il tipo di disagio che non ammette distanza ironica, non si può fotografare dall’esterno. Lo senti punto per punto, e in quel sentire c’è qualcosa di onesto che le giornate facili non riescono a dare.
Il sole compie il suo giro, un po’ nascosto tra le nubi che continuano a danzare in cielo. Le ore passano. Non le conto. La fatica si accumula in modo diverso da come si accumula quando si cammina in condizioni normali: qui c’è una componente in più, quella dell’opposizione costante. Il vento spinge, tu non cedi. Non è eroismo, è soltanto meccanica del corpo.
Amo il vento. Amo la neve. Amo il freddo. Lo dico senza voler impressionare nessuno. Lo dico perché è semplicemente vero, nel modo in cui è vero che certi sapori appartengono all’infanzia e non si possono spiegare.

La tisana e il comignolo
È l’ora della tisana, seduto in poltrona davanti alla finestra. I fumaioli dei comignoli sono tesi come maniche a vento, ognuno indica la stessa direzione, coerenti come bussole. Le mani sono secche. La schiena dolorante. Le labbra screpolate.
Fuori il vento continua. Non se ne frega niente che io sia rientrato.
Ripenso alle immagini di oggi. Non quelle scattate: quelle che restano anche senza macchina in mano. La neve alzata dal vento che forma una forma e poi subito un’altra. Le nuvole che corrono come se avessero un impegno urgente. Il momento in cui ti fermi e il vento ti colpisce in pieno e per un attimo ti chiedi se è una buona idea continuare, e poi riparti lo stesso.
Non c’è niente di straordinario in una giornata così. È un giorno di cammino invernale, uno dei tanti, uguale e diverso da tutti gli altri. L’unica costante rimane il cammino. Ieri, oggi, domani.
Cosa rimane
Alla fine di questa giornata quello che il vento mi consegna è una stanchezza profonda. Non è la stanchezza del corridore che ha battuto un record, né quella di chi ha raggiunto una vetta impossibile. È la stanchezza di chi ha resistito per tante ore a qualcosa di incessante. Di chi si è opposto senza vincere e senza perdere, semplicemente stando in campo.
C’è un peso specifico in questo tipo di stanchezza che non si trova altrove. È densa, concreta, soddisfatta di se stessa. Va a dormire presto e non chiede niente in cambio.
Se vuoi capire cosa intendo, il posto migliore dove cercarlo non è una spiegazione. È il corpo la sera di una giornata come questa. Lui sa già tutto.
Ho imparato nel tempo che certi posti parlano meglio in condizioni difficili. Il bosco in inverno ha una luce che non esiste nelle altre stagioni, e certi paesaggi si rivelano solo quando il meteo non collabora. Lo stesso vale per certi tramonti: i tramonti invernali richiedono pazienza e preparazione, ma restituiscono qualcosa che le belle giornate non sanno dare. E anche quando si va a cercare qualcosa di specifico, come nelle cascate del Dardagna d’inverno, è spesso il margine, l’imprevisto, il ghiaccio nascosto dietro un masso, quello che vale di più.

Tu hai mai sentito questa stanchezza? Quella che sale dall’interno dopo aver resistito per ore a qualcosa che non si ferma mai?
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