C’è un verso di Robert Frost che mi porto dietro da anni come si porta un sasso in tasca, senza sapere bene perché. Dice: “Vorrei andar via dal Mondo seduta stante, e poi tornare, e cominciare da capo.” L’ho incontrato dentro una poesia sulle betulle — quella che ho condiviso tempo fa su questo blog — e da allora non mi ha più lasciato. Non per la bellezza del verso, che pure c’è. Ma perché descrive con una precisione quasi chirurgica il gesto che compio ogni volta che entro nel bosco.
Dondolarsi fra le betulle
In Birches, Frost racconta un gesto semplice: un ragazzo che si arrampica sulle betulle, le cavalca fino a farle piegare, e poi si lascia riportare a terra. Un gioco di infanzia, in apparenza. Ma sotto la superficie c’è qualcos’altro. C’è il desiderio di allontanarsi dalla vita per un attimo — solo un attimo — e poi tornare. Non fuggire. Tornare.
Frost non vuole sparire. Vuole il movimento completo: salire, piegarsi, scendere. Un cerchio che si chiude. Un’andata e un ritorno che nel mezzo contiene tutto lo spazio necessario per ritrovare il respiro.
La prima volta che ho letto questa poesia l’ho sentita immediatamente mia. Non perché mi arrampichi sugli alberi — anche se a dire il vero l’idea non mi dispiacerebbe — ma perché quel movimento è lo stesso che faccio ogni volta che calzo gli scarponi ed entro nel bosco. Ogni camminata è un dondolarsi fra le betulle. Un andare via dal mondo, sapendo che poi si torna.
Il bosco come soglia
Il bosco non è un rifugio. Questa è una cosa che ho impiegato tempo a capire. Non entro nel bosco per nascondermi, ma per attraversare una soglia. Da una parte c’è il rumore — non solo quello acustico, ma il rumore interiore, le urgenze, le liste, il tempo che corre. Dall’altra c’è qualcosa che non saprei definire con precisione. Un rallentamento. Uno spazio dove il pensiero si dilata e trova il suo ritmo naturale.
Frost scriveva di quando la vita gli sembrava “troppo simile ad un bosco non segnato da sentieri”, con le ragnatele che si appiccicano al viso e la polvere negli occhi. Ecco, il paradosso è proprio questo: per ritrovare un sentiero nella confusione della vita, a volte bisogna entrare in un bosco vero, dove i sentieri sono tracce sottili e il disorientamento è una forma di orientamento diversa.
Ho scritto altrove che gli alberi sono santuari e che il cammino verso di loro è un pellegrinaggio. Lo penso ancora. Ma aggiungo una cosa: quel pellegrinaggio non ha senso senza il ritorno. La montagna, il bosco, il silenzio tra gli alberi non servono a nulla se poi non li riporti giù con te, nella vita di tutti i giorni, nell’aria pesante della pianura, nel grigio delle mattine qualunque.

Il poeta e il camminatore
Robert Frost non era un poeta da scrivania. Viveva nel New England rurale, tra fattorie, boschi e inverni lunghi. La natura per lui non era un tema letterario: era il luogo in cui stava, il contesto quotidiano del suo vivere e scrivere. Per questo i suoi versi hanno quella concretezza che li rende così vicini a chi, come me, passa buona parte del proprio tempo fuori, tra le cose.
Mi riconosco in Frost non per la poesia, ma per lo sguardo. Quel modo di guardare le betulle cariche di neve e vedere non solo la scena, ma il significato che vi abita dentro. Scriveva che le betulle piegate dal ghiaccio “sembrano non rompersi” — restano curve, deformate dal peso, ma vive. È una lezione che il bosco mi ripete ogni inverno: la resilienza non è tornare come prima, è trovare una forma nuova che contenga il peso di ciò che si è attraversato.
C’è poi un altro aspetto che mi lega a Frost. Lui parlava di un ragazzo che dondolava fra le betulle come gesto di libertà. Ma quel ragazzo era anche lui stesso, in un tempo perduto. La nostalgia, in Birches, non è rimpianto: è desiderio di un modo diverso di stare al mondo. Più lento. Più fisico. Più vicino alla corteccia delle cose. Ogni volta che scatto una fotografia nel bosco, provo qualcosa di simile: non sto documentando, sto cercando di restituire quello che il bosco mi dà in quel preciso momento. È un gesto di restituzione, non di conquista.

Come una carta che nessuno ha ancora scritto.

La Sehnsucht delle betulle
C’è una parola tedesca che da qualche tempo accompagna la mia pratica: Sehnsucht. È un termine che racchiude il desiderio struggente per qualcosa che non si possiede e forse non si potrà mai possedere. Non è nostalgia, non è tristezza. È una tensione verso l’altrove — verso quel luogo interiore che ho provato a raccontare più volte.
Ecco, rileggendo Frost mi sono reso conto che Birches è una poesia impregnata di Sehnsucht. Quel desiderio di salire lungo un tronco innevato “fin dove l’albero non potrebbe condurmi” è esattamente la tensione che provo quando guardo una cima avvolta nella nebbia, o quando la luce del tardo pomeriggio incendia il profilo dei larici e io resto lì, fermo, con la macchina fotografica in mano, sapendo che nessuna immagine potrà contenere davvero quello che sto vivendo.
Ma è proprio in quel fallimento che sta il senso della pratica. Si scatta sapendo che la fotografia non basterà. Si cammina sapendo che non si arriverà mai fino in fondo. Si scrive sapendo che le parole approssimano, al massimo. Eppure si continua. Come il ragazzo di Frost che torna a dondolarsi fra le betulle, ogni volta.

Si potrebbe far di peggio
L’ultimo verso di Birches è una di quelle frasi che ti si piantano dentro: “Si potrebbe far di peggio che dondolarsi fra le betulle.” Frost chiude così, con un sorriso asciutto. Nessuna morale. Nessuna lezione. Solo la constatazione pacata che stare in mezzo alla natura, tornare ai gesti semplici, lasciarsi piegare e riportare a terra dal peso dolce di un ramo, è una scelta dignitosa. Forse la migliore.
Si potrebbe far di peggio che camminare nel bosco. Si potrebbe far di peggio che fermarsi a guardare come la luce cambia sulla corteccia di una betulla nel giro di pochi minuti. Si potrebbe far di peggio che restare in silenzio, col fiato che si condensa nell’aria fredda, ad ascoltare il bosco che parla la sua lingua senza parole.
Ogni volta che torno dal bosco, qualcosa è cambiato. Non so mai esattamente cosa. Ma le mani hanno un altro peso, lo sguardo un altro fuoco. E il mondo di prima — quello da cui mi ero allontanato — è ancora lì, intatto, ma io lo vedo con un paio di occhi diversi.
In fondo, è esattamente questo che Frost intendeva. Andare e tornare. E tornando, ricominciare.
Che cosa vi riporta indietro dal vostro altrove?
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