Questa settimana ti voglio raccontare di quelle volte, e sono diverse, in cui torno a casa senza aver nemmeno tirato fuori la macchina fotografica dallo zaino.
Succede in modi diversi.
A volte il meteo non è collaborativo.
Altre il luogo che pensavo avesse da offrire chissà quali spunti si rivela anonimo.
Altre volte ancora sono io: un umore talmente negativo da non lasciare spazio a nient’altro.
Eppure, col tempo, ho imparato a riconoscere che anche queste giornate sono una pratica.
Non di risultato.
Di presenza.
Il giorno in cui “non succede niente”
C’è un tipo di silenzio che non consola.
Quello del cielo bianco.
Della luce piatta che non fa ombre, non fa promesse.
Cammini e ti sembra di non “vedere”.
Guardi e non trovi un appiglio.
Dentro, la mente si agita: hai fatto strada, tempo, fatica… e per cosa?
È lì che nasce la frustrazione creativa.
Non tanto perché mancano le foto, ma perché sembra mancare il senso.

La trappola dell’immagine riuscita
Mi accorgo che, a volte, senza volerlo, entro nel paesaggio con un’aspettativa.
Una richiesta.
Come se dovesse “parlarmi” per forza.
E se non parla, allora penso di aver sbagliato io.
O peggio: penso di aver fallito.
Ma il paesaggio non è un distributore di epifanie.
Non sempre offre.
Non sempre si lascia prendere.
E forse la parte più dura è accettare questo: non tutto è fotografabile oggi, ma non per questo è inutile.
Allenare lo stare, non solo lo scatto
Ecco cosa ho imparato: queste giornate sono occasioni per allenare lo stare e concedermi flessibilità.
Ho imparato che la cosa che più di tutte mi aiuta a trovare una direzione interiore è rimanere in ascolto di me stesso e dell’ambiente circostante, senza farmi condizionare troppo dalla delusione del momento.
In questo modo ho scoperto che posso restare vigile.
Se la luce è pessima, magari mi accorgo che c’è un vento interessante.
Se non “vedo” nulla di fotografabile, posso comunque accorgermi di come cammino, di come respiro, di cosa sto evitando.
E anche questo, in fondo, è materiale vivo.
A volte l’uscita non produce immagini. Produce spazio.
La fotografia, quando arriva, è un gesto possibile. Non un dovere.
Flessibilità: cambiare piano non è un’onta
Flessibilità è una parola che voglio tenere sempre a portata di mano.
Cambiare i piani, o semplicemente abortire il piano, non è un’onta.
Nemmeno con me stesso.
Magari resta un dispiacere: non aver avuto le forze (mentali o fisiche) di raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissato.
Ma non voglio vanificare l’impegno e gli sforzi profusi durante l’uscita.
Non avrebbe senso.
E soprattutto: se mi punisco, chiudo.
Se mi concedo, resto aperto.

Piccoli gesti per allenare lo sguardo nelle giornate storte
Quando il paesaggio “non parla”, io provo a spostarmi di un passo. Non fuori: dentro.
E mi affido a gesti semplici.
- Taccuino, non fotocamera: scrivo tre righe su ciò che vedo e su ciò che sento. Senza cercare poesia. Solo realtà.
- Dettagli minimi: non “la montagna”, ma una piega di neve, una vena di roccia, un bordo scuro nel bianco.
- Dieci minuti senza fare nulla: mi fermo. Lascio che l’occhio si disintossichi dal “cercare”.
- Un solo compito gentile: oggi non “fare foto”, ma ascoltare il vento, seguire l’acqua, notare i cambi di luce anche se non sono belli.
- Respirare come una misura: se il corpo si distende, spesso lo sguardo lo segue.
Non sono trucchi per salvare la giornata.
Sono modi per non trasformarla in fallimento.

Cosa porto a casa quando non porto a casa nulla
Penso che questo approccio mi permetta di rimanere davvero aperto verso l’esterno.
In una sorta di accoglienza.
Pronto a cogliere le manifestazioni che l’attorno, di volta in volta, mi presenta.
E poi c’è una cosa che per me è decisiva: la gratitudine per il qui e ora.
Che in montagna ha un nome semplice, fisico: esserci.
Così, anche nelle giornate no, posso “portare a casa” un premio diverso:
l’aver vissuto, l’aver sudato, l’aver visto bellezza, anche se non era fotografabile, l’aver ascoltato il mondo.
Aver permesso al selvatico di entrare un po’ di più sotto pelle.
E allora sì: posso anche tornare senza scatti.
Perché in fondo non è la fotografia la mia salvezza.
È il fatto di esserci: nei boschi, sulle creste, dentro l’acqua, nel vento.
La macchina nello zaino non pesa, se il cuore resta aperto.
La montagna, per me, è vita.
E per te: qual è la cosa che resta, quando togli tutto il resto?
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