Mi capita spesso in primavera, quando il sole scalda già , di salire tra le montagne di casa, in quello spartiacque tra Emilia e Toscana che chiamiamo crinale, dove corre lo 00: il sentiero che taglia due regioni, due mondi contigui ma che, in certe stagioni, appaiono diversissimi tra loro.
Il versante toscano, arso dal sole, mostra ancora l’erba bruciata dall’inverno. Quello emiliano, in ombra, è carico di neve. Uno lo percorro col passo sicuro della stagione secca, grandi falcate a solcare l’erba piegata dal vento. L’altro impone calma, passo saldo, l’attenzione a ogni insidia del ghiaccio.
Due versanti. Due stagioni. Due cammini, uno dentro l’altro, separati da una linea larga poche decine di centimetri.
Non la vetta, il filo

Una delle cose che amo dei crinali è che cambiano completamente aspetto a seconda di dove ci si trova. Da basso, l’unico modo per guardarli è lateralmente: li vedi disegnare il profilo del monte contro il cielo, una linea che sembra tracciata apposta per essere ammirata da lontano. Quando invece li cavalchi, quando ci sei sopra, l’unico modo per guardarli è dall’alto in basso, perpendicolarmente. Non guardi più il crinale: sei il crinale.
I crinali, a differenza delle vette, non sono quasi mai il punto più alto. Spesso sono una tappa intermedia, un luogo dove tirare il fiato prima di riprendere il cammino verso ulteriori fatiche. Non hanno la retorica della cima, non c’è un ometto di pietre a segnare l’arrivo. C’è solo il filo che continua, e tu che lo segui.
Due versanti, due stagioni
Quello che mi colpisce ogni volta, tornando su questo stesso tratto di crinale che frequento da quarant’anni, è che la stessa montagna non è mai davvero una sola montagna. Ne ho scritto in Due versanti dello stesso monte, dove raccontavo di due facce che non sembrano appartenere allo stesso corpo. Qui la discontinuità smette di essere un’osservazione fatta da lontano: diventa qualcosa che si cammina sopra, un piede in un mondo e un piede nell’altro.
Il vuoto, dal punto più esposto, è identico a destra e a sinistra: stessa aria, stessa altezza, stessa possibile caduta. Eppure sotto quel vuoto uguale, i due mondi possono essere climaticamente opposti. Sole e ombra. Secco e umido. Erba bruciata e neve che resiste. È il paradosso più semplice e più vero dei crinali: l’equilibrio si tiene esattamente nel punto dove le differenze sono più grandi.

Non si scappa da un crinale
Ricordo che diversi anni fa, in quella stagione dove i temporali sono all’ordine del giorno, mi trovavo alle prese con un passaggio delicato proprio su quel crinale che mi ha visto muovere i primi passi. Mi ritrovai nella scomoda situazione di dover scendere in fretta, con un temporale in arrivo e il cielo che cambiava colore troppo velocemente per i miei gusti.
Come si fugge da un crinale? L’ansia e il fiato corto della paura, in quei momenti, rischiano di giocare brutti scherzi. Ma da un crinale, senza un sentiero segnato, è quasi impossibile scappare in fretta: serve una logica, qualcosa a cui aggrapparsi con la testa prima ancora che con le gambe, per guadagnare un poco alla volta una quota di sicurezza.
Non ho un insegnamento da tirarne fuori. Ho solo imparato che il crinale non perdona l’impazienza, nemmeno quando la paura vorrebbe imporla.

Soglia, non confine
In un altro testo, Confini e soglie, scrivevo che i confini separano, le soglie aprono, e che un giorno non avevo più voglia di confini, ma solo di soglie. Una cresta è forse il confine più letterale che il paesaggio alpino conosca: uno spartiacque, la linea esatta che decide se una goccia di pioggia raggiungerà un mare o l’altro.
Ma se quella linea la guardi da lontano è un confine. Se la cammini, un passo dopo l’altro, con un mondo che frana da un lato e uno che frana dall’altro, forse diventa altro. Non smette di separare. Ma smette, per un tratto, di essere soltanto quello.
Non so se resti una posizione sostenibile, o se sia per natura transitoria: forse un crinale, come certe soglie, si può solo attraversare, mai abitare per sempre. Chissà cosa cambia davvero nel corpo, quando un confine smette di essere orizzonte e diventa sentiero.
Leave a reply