Gli scarponi sono ancora sul pavimento accanto alla porta. Li guardo da ieri sera. Non li ho toccati, ma so già il peso che hanno, la rigidità della suola, come si stringe il laccio intorno alla caviglia fino a sentire il piede fermo dentro di loro. Alcune cose tornano senza bisogno di essere ricordate.
Scrivo queste righe all’inizio del settimo mese, con un giorno di distanza da quella che sarà un’altra salita in quota. Domani calzerò di nuovo gli scarponi e con loro i ramponi. Imbraccerò la piccozza per la seconda volta dopo due anni. L’imbrago si chiuderà intorno alla vita e la corda diventerà quello che è sempre stata: il confine sottile tra la mia sopravvivenza e il vuoto.
Il rito dell’equipaggiamento
C’è qualcosa di liturgico nel prepararsi per la montagna. Non nel senso retorico della parola, ma nel senso più fisico: ogni gesto ha un ordine, ogni oggetto un posto preciso. I ramponi si allacciano in un certo modo, la piccozza si impugna con una certa fermezza, il casco si regola sulla fronte finché non è né troppo largo né stretto. Questo ordine non è scaramanzia: è presenza. Il corpo che prepara sa già cosa lo aspetta, anche se la mente non lo ha ancora elaborato del tutto.
Due anni fa ero teso. Quella tensione nervosa, quella fame di conquista era leggibile sulla mia pelle, tangibile come il freddo nelle mani. Questa volta non la sento. Non so se è maturità o semplicemente un diverso modo di stare davanti all’imponderabile. Quello che mi accompagna in quest’attesa è qualcos’altro: la consapevolezza di cosa sto andando a fare e perché. Tutto il resto sarà una conseguenza.

Il rumore del ghiaccio
Ci sono suoni che non si dimenticano. Il rumore dei ramponi sul ghiaccio è uno di quelli: secco, metallico, preciso. Ogni passo ha una risposta immediata sotto i piedi, un feedback che non lascia margini di ambiguità. O sei in piedi o non lo sei. O la punta del rampone ha trovato appiglio, o no.
Il fiato si condensa. La piccozza scalfisce la superficie. La luce artificiale della frontale disegna un piccolo cono nel buio davanti a me, e tutto il resto è notte.
Non c’è una cartina da dispiegare lì, non c’è un sentiero da seguire con gli occhi. Solo una linea che si intuisce più che si vede: quella linea ideale che dalle profondità della terra sale verso il cielo. Il corpo la trova da solo, se lo lasci fare. Sa quando rallentare, quando distribuire il peso, quando il respiro deve farsi più lento per tenere il ritmo. Non è istinto: è educazione lenta, costruita nel tempo.
Anni fa ho scritto di come il silenzio in montagna richieda una costruzione meticolosa: non capita per caso, va voluto. La salita funziona allo stesso modo. Ogni passo è una piccola scelta. La somma di quelle scelte è l’ascesa.

Questo “qui e ora”
Mi interrogo spesso su cosa spinge a tornare in luoghi come questi. Non è la vetta, o almeno non è solo quella. È il ritmo del salire: passi e respiri, concentrazione e presenza, sguardi e sogni che si sovrappongono fino a fondersi. Quel gioco di ritmi che assorbe tutto il resto.
In pianura la mente va ovunque. In quota, no. Ogni metro guadagnato richiede un’attenzione che non lascia spazio a nient’altro. È una forma di meditazione che non ha bisogno di spiegarsi.
Ho letto da qualche parte che camminare è una delle poche attività in cui il corpo e la mente si sincronizzano davvero. Sull’alta quota questo vale ancora di più. La fatica diventa filtro. Tutto quello che non è essenziale cade via da solo. Resta il passo. Resta il respiro. Resta il paesaggio che si allarga ad ogni curva.
Il valore della fatica non è una formula motivazionale: è una cosa che si capisce solo dal di dentro, mentre sta succedendo. Non prima, non dopo.
Quello che conta davvero
Dopodomani potrei non arrivare in cima. Potrebbe esserci il meteo, o il fisico, o qualcosa che non si prevede. Lo so, e non mi spaventa come una volta. Quello che mi interessa davvero non è raggiungere la vetta, ma vivere l’ascesa in ogni suo momento. Ogni passo come un gesto completo in sé, non come preparazione al passo successivo.
C’è una differenza sottile tra salire per conquistare e salire per stare. La prima postura produce ansia, bilanci, confronti. La seconda produce qualcosa che assomiglia, per un momento, a quella pace che il silenzio interiore non sempre riesce a dare stando fermi.

Gli scarponi sono ancora sul pavimento. Domani li allacerò. E in quel momento, forse, comincerà già qualcosa.
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