Il sole non ha ancora finito di cadere e sono già le nove di sera. La luce di giugno ha quella qualità obliqua e ostinata che non lascia in pace: rimane, tende, si stira sull’erba e sulle rocce come se non volesse cedere. Come se anche la luce, stasera, avesse deciso di sostare.
Anch’io sosto.
La cima come pausa, non come traguardo
La salita è finita. Non nel senso che sono arrivato da qualche parte, ma nel senso che il ritmo è cambiato. L’ho sentito nelle gambe prima di capirlo nella testa: quel momento in cui il pendio si apre, la fatica cambia consistenza e il passo diventa quasi libero.
Ho alle spalle mesi che assomigliavano a una salita. Non sempre lineare, non sempre costante, ma inesorabile nella sua direzione. Una salita fatta di puntini sparpagliati nello spazio e nel tempo: mattine in quota, diaframmi aperti su nebbie basse, bivacchi mentali, pause che sembravano cedimenti e invece erano preparazione.
Unendoli qui, oggi, in questo giorno simbolico, il sentiero prende forma.

Il limbo del solstizio
C’è un momento nell’ottovolante, appena prima della discesa, in cui la meccanica sospende tutto. La salita è compiuta, la caduta non è ancora cominciata: esiste un istante di peso zero, di assoluta neutralità. Quel momento è il solstizio.
Non è quiete. Non è nemmeno pausa nel senso ordinario. È una sosta attiva, una vibrazione ferma: il pendolo al suo punto più alto, prima di tornare.
In montagna lo sento diversamente rispetto al solstizio invernale. Il richiamo di dicembre è verso il fuoco, verso l’interno, verso la raccolta. Quello di giugno è il contrario: la luce chiama fuori, spinge avanti, dice sempre che c’è ancora tempo, che l’orizzonte è lì, occupato da un altro monte, raggiungibile. E così cammini. Ancora. Anche quando pensavi di esserti fermato.
Il movimento che non si vede
C’è un’idea che mi accompagna da qualche tempo: il movimento non è solo cinetico. Non si misura solo in dislivello e chilometri percorsi. Esiste un camminare che avviene mentre stai seduto su una roccia a guardare la luce che non finisce. Esiste una salita che accade nel silenzio di una sera ferma.
Forse è questo che distingue davvero il camminatore dal turista: non la velocità né la distanza, ma la capacità di restare in movimento anche nella sosta. Di lasciare che il paesaggio lavori su di te, invece di lavorare tu sul paesaggio.

Puntini nell’aria
Non mi interessa stilare consuntivi. Non oggi. Non qui.
Mi interessa questo: stare in cima a questo monte che ormai fa parte della mia storia, in questo punto esatto di questo giorno esatto, e godere ogni metro di questi ultimi passi di salita. Perché gli ultimi metri appaiono sempre infiniti, anche quando sai già la distanza. Anche quando ci sei già stato.
Quella sensazione non cambia. Quello che cambia sono io.
I puntini sono ancora nell’aria. Alcuni brillano già, altri devo ancora tracciarli. Il cammino riparte, probabilmente in salita, quasi certamente verso luci che non ho ancora visto. E va bene così.
Va bene non sapere dove portano, finché si cammina verso di loro.

Dove ti porta il giorno più lungo?
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