Questo mese l’ho provato sulla pelle: essere catapultato da zero a oltre tremila metri in poche ore. Non c’è stato tempo per negoziare. Il corpo si è trovato lì, dentro un’aria che non bastava mai, senza le tappe intermedie a cui è abituato quando la quota la conquisto un passo alla volta, un giorno alla volta.
Il corpo che rallenta
La prima sensazione è un rallentamento. Ogni movimento chiede un extra: di cuore, di aria, di pazienza. Non so se sia la testa a farsi leggera. So che avverto una resistenza, non un impedimento vero e proprio, ma qualcosa che frena ogni gesto un istante prima che io lo compia.
È molto diverso da quando la quota la raggiungo con calma, un dislivello dopo l’altro. Lì il corpo ha modo di trattare, di adattarsi giorno per giorno. Qui invece si tratta di oltre i miei limiti, quella fatica che per anni ho vissuto come un conto da pagare e che ora riconosco come parte del linguaggio della montagna: non cambia solo l’aria, cambia il paesaggio intero, e la mente ha bisogno dei suoi tempi per accogliere questo cambiamento prima ancora di provare a capirlo.

Una soglia, non un paesaggio lunare
Mi ritrovo in questa landa di roccia, neve e ghiaccio. Troppo facile chiamarla lunare, sarebbe una scorciatoia. È qualcosa di diverso. Il paesaggio brullo diventa, più che un luogo, la soglia di un ricordo delle origini: qualunque cosa sia o rappresenti, arriva dritta alle profondità del mio io, muove pensieri ed emozioni come lava dentro un calderone che credevo sigillato.
Ascolto. Respiro. Penso, in quest’ordine, non nell’altro.

Il ritmo che diventa sopravvivenza
In questo ambiente mettere in moto il corpo non è mai immediato, mai scontato. Il cuore ormai obbedisce a regole che non conosco, e l’unica via percorribile è trovare un ritmo che non mandi in cortocircuito tutto il sistema. Quando l’esposizione si fa estrema, il ritmo smette di essere una questione di efficienza e diventa una questione di sopravvivenza.
I passi si fanno corti, lenti. La bocca cerca un’aria che sembra sfuggire, priva di consistenza, come se non volesse farsi afferrare. Ma il cammino chiama comunque, ed è necessario trovare un equilibrio tra lo sforzo dovuto e le risorse che restano.
Contare per non cedere
La mente cerca zone conosciute a cui aggrapparsi. Spesso mi ritrovo a contare una sequenza di numeri senza senso, che però scandisce un ritmo sostenibile. Quando il controllo diretto non basta più, mi affido a qualcosa di arbitrario, un conteggio vuoto, piuttosto che insistere sul dominio della situazione. È lo stesso gesto che faccio quando mi lascio andare, disteso su una roccia, in cerca di silenzio: cedere il peso, invece di continuare a trattenerlo.
Si crea così un paradosso: da un lato la mente impone il movimento, dall’altro il corpo vorrebbe solo fermarsi. È qui che si consuma il piccolo dramma quotidiano della quota. È qui che ogni dubbio e ogni certezza si infrangono contro i bastioni di un corpo che, per sua natura, ha dei limiti.

Il prezzo di ogni vittoria
A volte è la mente a vincere questa battaglia. Per me è sempre una vittoria a costi altissimi. Altre volte è il corpo a imporsi nei suoi limiti, e affrontare quell'”oggi non vado oltre” non è mai semplice: nasconde pensieri sinistri, capaci di fiaccare uno spirito che resta, comunque vada, sempre un po’ vacillante.
Non so quale delle due vittorie temo di più. So che ogni volta, lassù, imparo qualcosa in più sui confini di quel poco che chiamo me stesso.
E voi, cosa fate quando il corpo dice basta e la mente non è d’accordo?
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