Eccomi qui, con il cucchiaio, lo impugno con la mia mano, la mano destra. E’ la mano che nella mia vita fa tutto. Fa dalla A alla Z, la mia mano destra.
Ascolto distratto parole di invito mentre fisso, io, a capo chino, la pozza arancione che sta sotto di me.
Una tazza medio grande, medio piccola, nella quale un liquido arancione immobile mi fissa dritto negli occhi.
Protuberanze emergono da questo mare che più che mare pare una palude di sabbie mobili.
In un ascetico silenzio avvicino il cucchiaio alla superficie raccogliendone del liquido, giusto una punta.
Avvicino il cucchiaio alla bocca per soffiarci dentro.
Il vapore sale alle narici condensandosi in mille pensieri.

Il gesto sempre uguale si ripete. Un’orchestra di cucchiai e ceramiche invade l’ambiente gelido riscaldandolo di ricordi antichi.
Io, mentre con lentezza estenuante continuo a ficcare il cucchiaio nella palude, io penso alle migliaia di viandanti che con l’urgenza di protezione, con l’urgenza di ricovero, con l’urgenza di riposo hanno compiuto questi stessi gesti.
Con l’urgenza di mangiare e placare la fame, io continuo a ficcare il cucchiaio nella palude arancione, io penso a questo senso di urgenza che mi sento addosso.
Penso a questo silenzio totale rotto solo dall’orchestra di posate e ceramiche. Io penso che voglio stare qui tutta la vita. Voglio che questa orchestra continui a suonare all’infinito, io penso che voglio che questo silenzio diventi il silenzio del mondo. L’urgenza del mondo.
Io, con il cucchiaio a mezz’aria, io penso che questo minuto che mi è stato concesso, io lo voglio moltiplicare per l’ultimo dei numeri primi.
Io voglio che questo cucchiaio non smetta di sfamarmi, io voglio diventare questo silenzio.

E poi penso che io sono chino su questa palude forse per espiare qualche peccato capitale. Io che forse ho intrapreso un cammino senza fine lungo il quale, di bosco in bosco, di monte in monte, di valle in valle, di lago in lago, alla fine, io, mi ritroverò a questo stesso tavolo con questo stesso cucchiaio usato da migliaia di viandanti prima di me, io mi ritroverò di nuovo qui alla fine di questo cammino.
E forse, io, se avrò colto quello che il cammino riserverà per me, io forse avrò una fine degna di silenzio e pace. Io con il cucchiaio in mano. Io con il capo chino.
Io che non voglio il perdono, ma voglio solo cibarmi di questo silenzio in questa palude. Io che immergo il mio cucchiaio in questa selva intricata di alimenti liquidi e solidi.
Ecco, ora che l’idillio è terminato e che intorno a me le voci riprendono il possesso dello spazio, io decido che per me non è per niente finita. Io rimango in silenzio e continuo, io, a infilare il mio cucchiaio in questa palude arancione.
In silenzio, io.
Non riesco a trovare
quello che ho perduto
il perduto è cosà grande
che è sempre fuori vista
ha un passo furtivo
lascia orme senza piste
avvolge i passi nella lana
incandescente dei sogni
si apre il cammino
con un solco senz’acqua
nella terra di ora
dove tutto è giÃ
da sempre perduto.
Cerco una via del coraggio
per pronunciare il suo nome
come quando gli animali
si stringono al mondo.Chandra Candiani, Pane del bosco
Leave a reply