Allora sono qui, sulla soglia di casa, e mi sto preparando ad uscire. Poi mi viene in mente che le calze che ho indosso non sono adatte agli scarponi.
Abbandono allora la soglia di casa e richiudo la porta.
In camera da letto guardo le calze che ho già in giro e prendo queste, le calze grigie con inserti neri e rossi.
Faccio per infilarmene una ma mi fermo.
Mi fermo e penso. Penso se questa calza che ho in mano sia la calza giusta per il piede nel quale la sto per infilare.
Poi mi ricordo che queste calze, quelle grigie con gli inserti neri e rossi e col il fillo di argento per prevenire i funghi, così mi avevano detto al negozio, il filo di argento previene i funghi.
Dicevo, queste calze grigie con gli inserti neri e rossi hanno stampato una lettera.
A volte questa lettera è una L, altre volte invece è una R.
E allora, prendo la calza grigia con gli inserti neri e rossi e con la lettera L stampata in maiuscoletto e ci infilo dentro il piede L che è poi il sinistro.
E faccio la stessa cosa con l’altra, di calze, quella con la lettera R. E ci infilo il piede destro.
Ecco, ora mi sento a posto. Mi sono giusto. Mi sento che le lettere di queste calze grigie sono al posto giusto, cioè il piede giusto nella calza giusta.
E questo mi fa sentire sicuro. Mi fa sentire a posto.
E con questa sicurezza infilata nelle calze, mi avvio verso la soglia di casa. Che è sempre lì, la soglia, e varcarla non sempre viene spontaneo, serve uno sforzo, serve una violenza.
E allora, forte della mia sicurezza data dalle calze grigie con gli inserti neri e rossi e con quel filo di argento e con le lettere, la L e la R, al posto giusto, ecco con quella sicurezza lì, varco la soglia di casa.
Infilo gli scarponi, scendo le scale, salgo in macchina, guido 5 minuti, parcheggio la macchina, pago il parcheggio, mi avvio lungo il sentiero.

Penso ai miei piedi nelle calze grigie, infilati negli scarponi. Non stanno dicendo niente, i miei piedi.
Strano che i miei piedi non dicano niente.
Eppure sto camminando e come ogni volta che cammino con i miei piedi nei miei scarponi, finisce che i miei piedi si incazzano e mi dicono cose.
Ma oggi i miei piedi non mi dicono niente, forse perché si sentono al sicuro con la lettera giusta nel piede giusto.
Nemmeno quando finisce l’asfalto e comincia la terra non dicono niente i miei piedi.
Nemmeno quando il sentiero comincia a salire non dicono niente i miei piedi.
Che poi la terra, quella terra asciutta e dura del dopo che la neve si è sciolta, finisce che nemmeno so quando è iniziata.
E allora, con gli scarponi che affondano nella neve, finalmente dico io, i miei piedi, ognuno nella sua calza grigia, con la lettera giusta nel piede giusto, ecco è lì che i miei piedi cominciano ad agitarsi.
E si agitano perchè anche se la calza grigia con la lettera L e la lettera R gli danno sicurezza, i miei piedi sentono che qualcosa sta cambiando.
E hanno ragione, i miei piedi.
Perchè poi quando gli scarponi si infilano nella neve i miei piedi, nonostante siano al sicuro nelle loro calze, quelle stesse calze giuste, con la lettera giusta al posto giusto, dico i miei piedi hanno le vertigini.
Sì perchè gli scarponi affondano come se l’intera terra fosse scomparsa sotto di me.
E’ una discesa, queste dei miei piedi negli scarponi, che sembra non finire mai.
Però non è proprio una discesa infinita. Perché ad un certo punto la neve finisce e allora lo scarpone giunge alla fine della sua discesa e tocca la terra. E facendo questa infinita discesa, lo scarpone entra nella neve, e la neve entra nello scarpone.
E allora è li che i miei piedi capiscono che c’è qualcosa che non va, che qualcuno ha sbagliato qualcosa.
E si mettono a pensare, i miei piedi. Ma chi avrà sbagliato?
Noi certo di no dicono i piedi, noi siamo nelle calze grigie con la lettera L e la lettera R al posto giusto. Siamo al sicuro.
Qualcun altro deve aver sbagliato.
E questo pensiero comincia a risalire dal basso. Dai piedi, su lungo le gambe passando per le ginocchia e poi le cosce.
Attraversa l’intestino e lo stomaco, solletica i polmoni ed accarezza il cuore, fino ad arrivare in gola e lì, quando il pensiero è arrivato in gola, quel pensiero partito dai piedi al sicuro nelle loro calze grigie con le lettere L e R al posto giusto, ecco quel pensiero quando arriva in gola poi si condensa ed esce dalla bocca: porca puttana!
E così, una volta che questo pensiero si è condensato, poi ritorna giù, segue lo stesso percorso ma al contrario.
Accarezza il cuore, solletica i polmoni, entra nello stomaco poi nell’intestino e si tuffa a capofitto lungo le gambe, sorpassando le ginocchia e tornando ai piedi, ai miei piedi, che ho infilato ognuno nel suo calzino giusto, quello con la L e la R al posto giusto.
E son sicuro che aver guardato bene la lettera sul calzino prima di infilarci dentro il piede. E son sicuro che la lettera è quella giusta, la L per il piede sinistro e la R per il piede destro.
E tutta quella sicurezza sbandierata giusto qualche minuto fa si infrange bruscamente contro il muro della realtà.
Avanti, ancora un passo, ancora una vertigine, ancora una discesa senza fine, ed un pensiero che i piedi da là sotto, dentro le loro calze grigie sparano verso l’alto. Pensiero che poi si condensa nuovamente in un ciclo infinito di passi e madonne.
Qualcuno deve aver fatto un errore.

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