L’altro giorno sono stato proprio male. Un male che è nato perchè io che sbandiero sempre un certo tipo di territà, io invece mi sono ritrovato a compiere un gesto che mi ha fatto proprio male.
Ho qui in mano una bella rivista che erano anni che pensavo di prenderne una copia e il mese scorso invece, io ho deciso di farci un abbonamento. Saranno stati almeno 3 anni che ero curioso di avercela fra le mani.
Ed eccomi quindi qui, alla scrivania che sfoglio le pagine per farmi un’idea di massima di cosa c’è.
Pagina dopo pagina mi lascio catturare dalle fotografie, che è poi il motivo per cui ho deciso di acquistare questa rivista.
Io che sono qui tutto preso, io vengo catturato da una fotografia. La fisso. Cerco di venirne a capo, io.
Ma io proprio non ce la faccio, ormai l’età ha compromesso la vista da vicino.
E allora io, mentre sto cercando di capire che diavolo c’è in questa fotografia di tanto interessante da avermi così colpito, io sento che mi parte un impulso.
Sento il braccio destro muoversi da solo. Io lo guardo muoversi e penso che non sono io che gli ho detto di muoversi, ma lui insiste, continua nel suo movimento questo braccio.
E quando penso che il movimento del braccio sia finito, ecco che l’impulso continua, ma io continuo a non capire chi ha detto a questo impulso di partire. E allora mentre esterrefatto guardo questo impulso farsi movimento, vedo due dita della mia mano destra avvicinarsi una all’altra.
Ed io continuo a non capire cosa stia succedendo, io che sono qui seduto tranquillamente alla scrivania, con la mia miopia che mi sta dicendo che non capisce perchè questa foto sia così interessante, io che non capisco cosa ci sia di interessante se non che questo impulso sta prendendo possesso del mio corpo.
Prima il braccio, ora le dita.
E quelle due dita che sento cominciare a muoversi, in un movimento, quelle delle dita, al rallenty, come una slowmo della formula 1, quando le auto vanno talmente piano che vedi i pezzi delle gomme saltare per aria, ecco quel tipo di slowmo lì, e mentre questo movimento pare protrarsi all’infinito, io ho un’illuminazione.
Capisco che un altro me si è impadronito di me. Non capisco come ci sia riuscito ma ce l’ha fatta, l’altro.
E quindi mentre confuso cerco di capire l’altro me cosa voglia fare di me, lo vedo, vedo l’intenzione e questo braccio, che si muove da solo, e queste due dita, l’indice e il pollice, che quasi si stanno per toccare, mi lasciano senza parole.
Le guardo come se non fossero mie, le dita. Ed ecco il gesto, il gesto del male, che non è una una roba satanica ma è semplicemente il gesto di allargare il display.
Ma quale display sto guardano se sto toccando un foglio di carta?
E allora capisco che l’altro me ha pensato che questa rivista fosse un display. E allora io gli dico, a questo altro me, che sarebbe meglio che se ne tornasse da dove è venuto.
Ma ormai il danno è fatto. Il gesto si compie, ma io sapendo bene che sto stringendo una rivista di carta, so che non succederà nulla. L’altro me invece, preso dalla miopia, si aspetta che la fotografia si ingrandisca.
Ma non succede niente.
Invece poi qualcosa succede. Succede che io mi sento amareggiato. Mi sento abbattuto. Mi sento vecchio.
Chiudo la rivista e tiro fuori una delle scatole dove conservo le fotografie stampate.
Ho bisogno di tornare alla realtà e dare un calcio all’altro me, io.
Che ho bisogno di stringere con entrambe le mani qualcosa di concreto, qualcosa che possa capire. Una fotografia ad esempio.
E allora, quelle due dita che prima non erano mie e si sono avventurate verso orizzonti sconosciuti, ecco quelle due dita lì, adesso stringono un foglio di carta spesso.
E’ un po’ lucido e un po’ rugoso. Che da una parte è lucido, quello che c’è stampata la fotografia mentre dall’altro è normale dico io, un foglio di carta qualsiasi.
Mi sento meglio. Stringere tra le mani una fotografia è un gesto che oggi profuma quasi di rivoluzione. Ma è poi giusto così. Io credo in questo che sto stringendo tra le mani.
Una dopo l’altra riassaporo i momenti di queste fotografie che se fossero su quel display che l’altro me pensava di avere sotto mano, non sarebbe mica così, la sensazione.
Ecco perchè continuo a stampare, io. Stampo le mie fotografie perchè voglio che il gesto di assaporarle non sia dettato da due dita che allargano l’invisibile.
Voglio che il gesto sia invece quello di stringere co entrambe le mani quello che il mio passato ha vissuto.
E allora penso a quanti negli anni hanno comprato le mie fotografie, e me li immagino con il loro display in mano mentre guardano una mia stampa e lì in mezzo, in quell’oceano che separa il display dalla carta, mi immagino che si consumi un’emozione. L’emozione del toccare con mano un oggetto unico.
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