James Hillman scrive in Politica della bellezza:
“Noi vogliamo il mondo perché è bello, i suoi suoni, i suoi odori, la composizione delle sue strutture, la presenza sensibile del mondo come corpo. In breve, sotto la crisi ecologica giace la ben più profonda crisi dell’amore, il fatto che il nostro amore ha abbandonato il mondo; e che il mondo sia privo di amore risulta direttamente dalla repressione della bellezza, della sua bellezza e della nostra sensibilità alla bellezza. Perché l’amore torni al mondo è prima necessario che vi torni la bellezza, altrimenti ameremmo il mondo solo per dovere morale.”
Queste parole toccano un punto decisivo: la crisi ecologica non nasce soltanto dallo sfruttamento delle risorse, dall’inquinamento o dall’abuso di potere sull’ambiente.
La sua radice è più sottile e invisibile: abbiamo smesso di amare il mondo.
E abbiamo smesso di amarlo perché, nel nostro correre, nel nostro consumare, abbiamo smarrito la capacità di vederne la bellezza.
Hillman ci ricorda che senza bellezza non c’è amore. Senza amore, il mondo resta un oggetto da sfruttare o al massimo da proteggere per dovere morale. Ma nessun obbligo, da solo, potrà mai generare vera cura. Ciò che davvero muove, ciò che trattiene, è sempre un legame affettivo. È la scintilla di un innamoramento.
Quando cammino sulle montagne con la mia macchina fotografica, porto con me questo pensiero. La fotografia non è mai per me semplice documentazione: è un atto di restituzione, è un atto d’amore verso la Terra.
Nelle rocce, nei boschi, nelle nuvole che avvolgono le cime, cerco di far emergere quella dimensione che ci chiama a tornare ad amare il mondo.

Perché, di fronte a un paesaggio che mi commuove, non sento il dovere di salvarlo: sento piuttosto la gioia, la gratitudine, la nostalgia di qualcosa che mi appartiene intimamente.
È da lì che nasce la cura autentica.
La bellezza non è un ornamento. Non è un di più estetico che si aggiunge al reale.
È il tessuto stesso della relazione tra noi e la Terra.
È la via attraverso cui l’anima riconosce se stessa nel mondo e il mondo dentro di sé.

Per questo credo che ogni immagine abbia una responsabilità: non solo mostrare, ma ricordare.
Ricordare che viviamo in un corpo vivente che pulsa accanto al nostro, che respira insieme a noi.
Ricordare che siamo parte di una trama fatta di acqua, pietra, vento, silenzio.
Ricordare che non c’è futuro possibile senza la capacità di tornare a vedere la bellezza che ci circonda.
La mia fotografia vuole essere questo: un piccolo atto d’amore, un invito a rallentare, a lasciarsi toccare, a tornare sensibili alla bellezza.
Non per un dovere morale, ma per un bisogno dell’anima.
Se queste parole hanno risuonato in te, ti invito a fare due cose semplici ma importanti:
- Fermati un momento oggi, e lascia che il tuo sguardo riconosca un frammento di bellezza intorno a te.
- Se vuoi condividere questo cammino, puoi commentare questo post raccontandomi qual è stata la tua ultima esperienza di bellezza o semplicemente mandarmi una mail a info@filippomacchi.
E, per chi lo desidera, sto pensando a iniziative che ci portino a viverla insieme, camminando tra i paesaggi che amo fotografare. Se vuoi restare aggiornato, continua a seguirmi qui: sarà il modo migliore per ritrovare, passo dopo passo, un legame vivo con il mondo.

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