Mi è capitato di stare così fermo sulla riva di un lago che ho smesso di sapere dove fossi. Non nel senso del disorientamento geografico: sapevo benissimo dove ero. Ma guardando l’acqua completamente immobile ho perso il sopra e il sotto. Il cielo era lì, dentro la superficie, nitido come non lo è mai in alto. E per un istante ho sentito che bastava un passo per caderci dentro.
Il paradosso del fotografo che ferma l’acqua
Non mi piace fermare l’acqua. Lo dico subito, perché sarebbe disonesto non farlo.
Nella mia pratica fotografica ho sempre cercato di restituire l’acqua per quello che è: qualcosa che non sta mai fermo. Le lunghe esposizioni sono il mio tentativo, forse ingenuo, di mettere un moto in un medium nato per congelare l’istante. Fotografare una cascata con trenta secondi di posa è come cercare di restituire il tempo a chi il tempo lo misura in secoli. Non ci riesco davvero, ma è un gesto che mi piace fare. Lo stesso principio che ispira il progetto Rocks and Water: non la roccia contro l’acqua, ma la tensione tra chi non si muove e chi non si ferma mai.
Eppure, quando l’acqua giace ferma in una pozza o riempie una conca alpina, succede qualcosa di diverso. Qualcosa che mi chiede l’opposto.
Usare la stessa tecnica per raggiungere il contrario
Qui entra il paradosso che mi appartiene: uso la lunga esposizione, la stessa tecnica che serve a rendere l’acqua seta, anche per azzerarla completamente. Posa lunga su un lago calmo, nessun vento, l’otturatore aperto abbastanza a lungo da cancellare ogni increspatura residua. Il risultato è una superficie che non sembra acqua. Sembra qualcos’altro. Un materiale che non esiste in natura.
Mi ricorda la pelle. C’è una tensione superficiale che trovo bellissima anche nel senso tattile del termine: quando entro in un lago di montagna e mi fermo nel punto giusto, con il palmo delle mani che sfiora la superficie, percepisco quasi una resistenza. L’acqua che non vuole cedere. Quella stessa resistenza, quella stessa tensione, è quello che cerco nell’immagine. Non la trasparenza, non il riflesso spettacolare: la superficie come soglia.

Cadere nel cielo
L’altra cosa che succede, quella che ogni volta mi prende ancora, è più difficile da spiegare.
Guardando l’acqua completamente immobile vedo il cielo. Non un riflesso del cielo: il cielo. La distinzione non è pedante, è sostanziale. Il riflesso lo so leggere come tale, so che c’è un sopra e un sotto, so dove sono i piedi e dove è la testa. Ma quando la superficie è perfetta, quella lettura salta. L’acqua diventa cielo. Il basso diventa alto. E io resto sulla riva con la sensazione, concretissima, di poter cadere dentro l’azzurro.
Trovo che sia una delle esperienze più belle che la montagna mi regali. Non la vetta, non il panorama, non la fatica ripagata: quella piccola vertigine silenziosa davanti a un lago che ha smesso di essere lago.
È un perdere i punti di riferimento. Non in senso drammatico, non come smarrimento. Più come un sollievo. Il mondo si ribalta di 180 gradi e per un istante non so più distinguere dove finisce la terra e dove inizia l’aria. Lo trovo liberatorio.
La fotografia come pratica di vertigine
Ho riflettuto a lungo su cosa mi attrae di questo genere di scatto. Non è la perfezione tecnica. È il fatto che la fotografia, nata per fermare l’istante, qui si trova a fare una cosa strana: non fermare qualcosa che si muoveva, ma rivelare qualcosa che era già fermo.
Il lago non ha aspettato che arrivassi. La calma era lì prima di me. Io non ho fatto altro che portare un treppiede, aspettare il momento giusto, tenere l’otturatore aperto abbastanza a lungo. Ho imparato questa pazienza lentamente, anche grazie alla fotografia analogica: il rallentamento del processo, l’impossibilità di scattare cento foto per trovarne una buona, mi ha insegnato a stare. A guardare prima. A capire quando la luce e la superficie e il silenzio si allineano.
In certi momenti, sulla riva, mi sono chiesto se stavo fotografando il lago o se stavo usando il lago come pretesto per stare fermo anch’io. Non ho una risposta. Forse le due cose coincidono.

Un’essenza sottratta, non tradita
C’è una domanda che mi faccio ogni volta che pubblico un’immagine di questo tipo: fotografando l’acqua ferma sto mentendo sull’acqua?
Sto togliendo una delle sue caratteristiche fondamentali, il movimento. Sto sottraendo qualcosa di essenziale per rivelare qualcos’altro. È un atto onesto?
Credo di sì. Credo che ogni fotografia di paesaggio sia una sottrazione: decido un punto di vista, un’ora, una luce, un diaframma. Taglio, elimino, scelgo. L’acqua immobile non è una bugia sull’acqua: è una domanda su di essa. Su cosa resta quando il movimento cessa. Come quella pozza che ho incontrato a Braies una mattina di novembre, con le Dolomiti riflesse così perfettamente da sembrare disegnate: lì l’acqua era ferma non per via mia, ma per via del freddo e del vento che non c’era. Io ho solo messo la fotocamera davanti a quello che già stava accadendo.
Forse fotografare è sempre così: arrivare nel momento in cui qualcosa si rivela, e avere la pazienza di non sbagliare il gesto.
Resto sulla riva ancora qualche minuto dopo lo scatto. Il vento arriva sempre, alla fine. Porta qualche increspatura, un riflesso che si rompe, il cielo che torna a essere solo il cielo, sopra di me, al suo posto.
E io torno a essere un uomo con gli stivali bagnati che guarda un lago.
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