Un cammino tra ghiacciai e torrenti che mette in risonanza fragilità umana e forza della natura.
Introduzione
Alla fine del nono mese giungo in questa valle glaciale che mi accoglie con un vestito autunnale. Il sentiero mi conduce dentro una scenografia che sembra sospesa tra la vita e il suo disfarsi: un po’ di erba gialla, bruciata dal freddo notturno; qualche spruzzo ramato di mirtillo ormai sfiorito; lame di sole che tagliano oblique l’aria e proiettano la mia ombra lungo il versante opposto.
Una valle glaciale in autunno
Ombre che accompagnano il cammino
La mia ombra è compagna instabile: a volte mi precede e mi sprona ad accelerare, a volte mi insegue come se volesse divorarmi, più spesso mi cammina accanto, silenziosa, quasi a proteggermi. Nel suo continuo mutare riconosco un riflesso del mio stesso passo incerto, della mia fragilità.
Risalgo la serpentina infinita di pietre, fino a giungere al cospetto di ciò che resta di questo ghiacciaio morente. Mostra ancora, in lontananza, i lineamenti dei suoi antichi fasti, ma da vicino appare fragile, vulnerabile, quasi vergognoso della propria decadenza.

Il ghiacciaio morente e la sua eredità
Morene, ghiaccio marcio e memoria del tempo
Blocchi di ghiaccio sporco emergono a tratti dalla morena come ossa scoperte, mentre rivoli di acqua scura ne denunciano lo scioglimento. È un corpo che si disfa lentamente sotto il peso del tempo e della temperatura, un gigante che abdica alla propria eternità.
Volgendo lo sguardo indietro, il luogo da cui provengo appare minuscolo. Mi chiedo come abbia fatto ad arrivare fin qui, eppure eccomi, sospeso tra la nostalgia di ciò che resta e la vertigine di ciò che scompare. I miei passi, seppur incerti, mi hanno condotto nel cuore di un organismo che pulsa ancora, anche se la sua carne si sgretola.
Le vene della terra
Dalla morte del ghiaccio nasce la vita
Seguo con gli occhi la ramificazione dei rivoli che scendono dal ghiacciaio: acque giovani che si staccano dal corpo vecchio e malato e si lanciano verso valle. Si intrecciano, si dividono, si riuniscono in torrenti più grandi, fino a dissolversi nello spazio sconfinato delle terre basse. Guardandoli dall’alto, sembrano vene sottili che si diramano in un sistema circolatorio complesso e vitale.
È un paradosso che mi affascina: ciò che si dissolve alimenta ciò che cresce. La rovina diventa nutrimento, lo scarto diventa dono. La montagna si consuma, ma nel suo disfarsi permette al mondo di continuare a respirare. Così come il sangue, che raccoglie le impurità e allo stesso tempo distribuisce ossigeno, anche queste acque portano con sé detriti, ma li trasformano in forza, in fertilità, in canto.

Torrenti come sistema sanguigno
Le vene del mondo scorrono davanti a me, ma anche dentro di me. Sono questi rivoli che scendono verso la pianura e sono le arterie che scorrono nel mio petto. Entrambi raccolgono, entrambi donano, entrambi vivono della stessa legge: niente rimane immobile, tutto circola, tutto si trasforma.
Il cuore in sintonia con la montagna
Fragilità e respiro condiviso
All’improvviso il mio cuore batte in modo irregolare, accelera senza motivo, costringendomi a una sosta. Mi siedo, mi sdraio sull’erba secca, ascolto la rumba dei battiti che non vuole calmarsi. Con il naso a pochi centimetri dal suolo, lascio che dalle profondità della terra salga un profumo dimenticato: erba autunnale, umidità, polvere minerale. È un odore semplice, eppure denso, che mi lega a questo momento come se fosse un giuramento silenzioso.
Le vene del mondo dentro di noi
Penso allora che il mio cuore non è diverso da questo ghiacciaio. Anch’esso mostra le sue crepe, le sue debolezze, eppure continua a pompare, a sostenere, a dare energia. Anch’esso si lascia sfuggire qualcosa, e nel lasciarlo andare permette che la vita continui a fluire. La sua fragilità non è una sconfitta, ma la condizione necessaria perché esista movimento.
Le pieghe del ghiacciaio assomigliano alle pieghe del mio cuore; i torrenti che scendono a valle sono i pensieri che si allontanano dalla mente per nutrire altre terre. Ciò che a volte considero scarto, dolore o fatica, in realtà è linfa che si disperde per fertilizzare altro.
Resto sdraiato a lungo, lasciando che il sole scivoli lentamente sul versante, mentre la mia ombra cambia ancora posizione. Ora non mi precede né mi insegue: mi avvolge come un mantello. È la mia alleata, il mio doppio. Insieme ascoltiamo il battito della terra, e per un attimo, in questa fragile sintonia, mi sembra di percepire la verità: il mondo non ha vene distinte dal mio corpo, il suo sangue è il mio stesso sangue.



2 Comments
Trovo che devi assolutamente trovare il modo di veicolare e regalare tale bellezza ad altri.Libro?,conferenze,laboratori,didattica,spettacoli???????
Ciao Fabio, intanto ti ringrazio per questo splendido commento.
L’idea di una raccolta cartacea di una selezione di post non mi dispiace, potrebbe essere un nuovo progetto da valutare per il prossimo anno.