Le nuvole sono salite dal basso, senza avvisare. Un momento prima il sentiero era lì, davanti a me, chiaro tra le pietre. Un momento dopo non c’era più nulla. Solo bianco. Un bianco denso, umido, che entrava nelle narici e toglieva ogni riferimento. Ho sentito il cuore accelerare prima ancora di capire cosa stesse accadendo. Le gambe volevano muoversi, andare da qualche parte — ma dove? Il corpo chiedeva urgenza, fuga, mentre la mente perdeva ogni appiglio. Mi sono seduto su una roccia, senza sceglierla. Mi ci sono ritrovato. E da lì ho ricominciato.
Perché da solo
Spesso mi ritrovo a camminare in solitaria. A volte per necessità, a volte per opportunità, altre semplicemente per casualità. Non rifiuto la compagnia, non la disdegno a priori, ma per come sono fatto il cammino insieme ad altri impone una mediazione costante. Dove andare, cosa fare, come farlo. Sono cose naturali, intendiamoci, eppure in montagna quella negoziazione sottrae qualcosa che per me è essenziale.
C’è poi la fotografia. Ne ho scritto altre volte: fare fotografia in montagna è un atto che quasi mai si concilia con l’andare per monti in compagnia. Le attese, i tempi morti, quel sostare in un punto per venti minuti aspettando una luce che forse non arriverà — tutto questo richiede un accordo difficile da trovare. Serve un punto d’incontro che non sempre esiste, e non per colpa di nessuno. Semplicemente sono due pratiche che chiedono ritmi diversi.
Così, il più delle volte, parto da solo.

La falsa compagnia dei pensieri
Riflettendoci, la prima cosa che verrebbe da dire è “cammino con la sola compagnia dei miei pensieri“. Lo diciamo spesso, quasi fosse una frase di conforto. Ma è profondamente sbagliata.
Io in montagna non sono mai solo. O meglio: sono tanto meno solo quanto più riesco a fare vuoto dentro di me. C’è un’equazione che ho scoperto camminando, un rapporto inversamente proporzionale: più penso, meno spazio resta per il mondo. Più la mente si affolla di parole, ragionamenti, preoccupazioni, meno riesco a cogliere ciò che mi circonda. Il muschio su un tronco, il suono dell’acqua che cambia tra un passaggio e l’altro, l’odore della terra dopo il temporale.
I pensieri non fanno compagnia. Occupano. Riempiono lo spazio che altrimenti sarebbe disponibile per il bosco, per la roccia, per il vento che mi passa accanto. E allora la solitudine — quella vera, quella che fa paura — non è stare senza altri. È stare con troppo di sé, imprigionati in una stanza mentale senza finestre.
Quando i pensieri si diradano, quando finalmente li lascio andare — soprattutto quelli ossessivi, quelli che girano in cerchio — allora qualcosa cambia. Il paesaggio entra. Non come sfondo, non come cartolina, ma come presenza viva che occupa lo spazio lasciato libero. E in quel momento, paradossalmente, la solitudine si dissolve.

Quando le nuvole avvolgono tutto
Il cammino solitario però chiede energia. Molta. Perché quando arriva l’imprevisto non c’è nessuno con cui condividere il peso.
Quel giorno nella nebbia ho capito qualcosa. Ho capito che la solitudine ingigantisce ogni cosa. Un dubbio banale — “sarà questa la traccia giusta?” — può trasformarsi in pochi minuti in un’ossessione paurosa. La fatica benevola della salita, quella che di solito accompagna con ritmo il respiro, può improvvisamente diventare una scusa per tornare indietro. “Basta, rientro. È troppo.” Non perché sia troppo davvero, ma perché senza un testimone, senza qualcuno che con uno sguardo dica “dai, continuiamo”, ogni resistenza diventa negoziazione con se stessi.
Seduto su quella roccia, avvolto nel bianco, con il cuore che batteva forte e le mani che cercavano qualcosa a cui aggrapparsi, ho dovuto fare l’unica cosa possibile: fermarmi. Non scappare, non correre verso il basso inseguendo un orientamento che non avevo. Fermarmi, respirare, aspettare che il battito rallentasse e che lo spazio tra un pensiero e l’altro tornasse sufficiente per ragionare.
È stato uno sforzo enorme. Ma è stato anche il momento in cui il cammino ha smesso di essere movimento e si è fatto pratica.
Fidarsi del proprio passo
Non c’è eroismo in questo. Lo dico con chiarezza perché il racconto del camminatore solitario rischia sempre di scivolare nella retorica dell’impresa, nella narrazione di chi sfida i propri limiti come un atto di coraggio. Non è così. O almeno, non è così per me.

Salire in quota lasciandomi dietro tutto e tutti non è sperimentare la solitudine come prova di forza. È un gesto più piccolo e più quotidiano: è prendermi per mano. Fidarmi delle mie capacità, sì, ma anche dei miei limiti. Sapere che posso sedermi quando il cuore accelera, che posso tornare indietro senza vergogna, che posso restare fermo finché la nebbia non si alza o finché non trovo dentro di me una direzione.
Fronteggiare i propri confini in solitudine è dispendioso, certo. Ma è anche il luogo dove cresce una consapevolezza che non si ottiene in altro modo. Non per accumulo, non per conquista. Per sottrazione. Ogni volta che lascio andare un pensiero ossessivo, ogni volta che rinuncio al controllo, ogni volta che accetto di non sapere esattamente dove sono — in quel vuoto si apre qualcosa. Una fiducia che non è certezza. È qualcosa di più fragile e di più vero.
La prossima volta che le nuvole saliranno — perché saliranno — forse avrò ancora paura. Ma avrò anche una roccia su cui sedermi, e il ricordo che da lì, ogni volta, si ricomincia.
E voi, cosa succede quando il sentiero scompare?
Se questo tema ti risuona, ogni mese esploro il rapporto tra cammino, fotografia e ascolto nella mia newsletter. E nella fanzine annuale questi percorsi trovano forma in testi e immagini inedite.
Leave a reply