A volte penso che il mio modo di stare al mondo assomigli a quello dei numeri primi: indivisibile, irriducibile, fuori dal ritmo degli altri. Non per scelta, ma per natura. È così che sento — e forse anche perché guardo in un modo tutto mio, da un angolo che non è quello centrale, né quello più comodo.
Sono una persona irrequieta. Non trovo mai davvero il mio posto. Quando credo di averlo trovato, qualcosa dentro si muove, si agita, mi spinge altrove. È come se la mia forma non combaciasse mai perfettamente con ciò che mi circonda. E allora cammino. Cammino per cercare un allineamento che dura un istante, ma che vale ogni passo.

Quando sono in montagna, questa singolarità si distende, si fa respiro. Non devo spiegarla, non devo difenderla. La montagna non chiede, non giudica, non misura. Accoglie. E in quell’abbraccio verticale, fatto di vento, sassi e silenzio, mi sento meno spezzettato, più intero.
Mi manca. Mi manca come si può mancare a se stessi. Senza la montagna, qualcosa in me resta in sospensione. I pensieri si affollano, le immagini si spezzano prima di prendere forma. Ho imparato a riconoscere questo vuoto: non è malinconia, è distanza dal mio luogo più vero.
Fotografare per me è un modo per tornare lì, anche quando non posso. È il tentativo — spesso fallito, ma necessario — di ricostruire quella singolare equazione che si crea quando io, la luce e il paesaggio troviamo un equilibrio. Quasi mai accade. Ma quando accade, è come se il mondo mi dicesse: “Tu sei qui. E ci sei in un modo che nessun altro può replicare.”
Questa è la mia solitudine, e insieme la mia ricchezza. Come un numero primo: lontano, sì, ma necessario. Sempre in cammino, perché il mio posto non è un punto fisso. È un incontro, raro e luminoso, tra ciò che vedo e ciò che sono.
E come un numero primo, come una singolarità, anche la montagna più amata diventa un elemento altro — non indispensabile, ma sacrificabile sull’altare della mia irrequietezza. E solo dopo, quando ormai è perduta, capisco il prezzo di quel sacrificio. Un prezzo che non avevo previsto, che non pensavo potesse farmi così male.
Mai avrei immaginato che una montagna potesse mancarmi come manca una persona. Mai avevo pensato che perderla potesse lacerarmi così. E invece sì: mi scopro vulnerabile, improvvisamente nudo davanti a un’assenza che non so colmare.
Eppure anche questo è parte del cammino. Un’altra forma di verità. Un’altra piega del mio essere fuori sequenza, fuori mappa. Unico, sì. Ma non invulnerabile.
Dopo un tempo di stasi, di apparente stanzialità, qualcosa in me si è rimesso in moto. Riconosco il vecchio impulso, la voce familiare che torna a farsi sentire sottopelle. E così, ancora una volta, all’orizzonte si affaccia quella mia modalità antica e fedele, quella condizione mai del tutto superata di pendolare della montagna.
Colui che va, torna, parte di nuovo. Mai del tutto a casa, mai del tutto lontano.
Solo, come un numero primo. Ma sempre in viaggio verso ciò che lo rende intero.


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