La luce di luglio: fotografia e abbagliamento

Sono le quattro e quaranta e sto già respirando affannato lungo l’ultimo tratto di cresta. Lo zaino pesa più del previsto, gli scarponi affondano nel ghiaino ancora freddo di notte. Mi fermo, guardo l’orologio, guardo il cielo che schiarisce a oriente. So già cosa sta per succedere e so che ho poco tempo per essere pronto.

Il paradosso di luglio

Le giornate di luglio sono le più lunghe dell’anno, eppure la finestra in cui la luce racconta qualcosa dura pochissimo. Il sole, appena esce da dietro le creste, brucia in fretta ogni ombra utile. Bastano dieci minuti e il paesaggio, che un attimo prima aveva volume e respiro, si appiattisce in un disegno bidimensionale, duro, illeggibile.

Per questo le mie giornate estive iniziano molto prima dell’alba e finiscono molto dopo il tramonto: non per accumulare ore di cammino, ma perché è in quei pochi minuti di luce radente che le ombre tornano lunghe, leggibili, abitabili. Il resto della giornata, in teoria, andrebbe scartato.

Paesaggio di montagna a mezzogiorno, luce dura senza ombre

Quando la luce cancella

Eppure ho imparato a diffidare di questa regola quanto delle altre. Ne avevo già scritto parlando di come il vuoto e le ombre riempiano un’immagine più della luce stessa: se in inverno sono le ombre a dare corpo al paesaggio, in piena estate è la luce stessa a farsi ombra, a coprire invece che rivelare. Il sole a picco non illumina, abbaglia. E l’abbagliamento, per un attimo, è una forma di cecità.

Ma una cecità che cancella è sempre solo una perdita?

Quello che l’abbagliamento insegna

Mi sono ritrovato più volte, negli anni, davanti a una luce troppo forte per essere guardata. È successo di giorno, in vetta, con il sole che disfaceva ogni contorno. Ed è successo anche di notte, sotto un cielo così denso di stelle da togliere il fiato, quando ho raccontato di essere rimasto abbagliato, quasi folgorato, da una paura primordiale davanti al firmamento. Stesso corpo, stesso verbo, esito opposto: di notte la paura, in vetta la liberazione. L’abbagliamento non è mai neutro: a seconda del momento in cui arriva, toglie o restituisce.

Le giornate assolate e senza ombre, quelle che ogni manuale mi diceva di evitare, sono diventate con il tempo una risorsa diversa. Non tempo perso, ma tempo di ricerca sul campo, di studio, di attesa.

Albero controluce con rami che filtrano la luce del sole

La pratica dell’attesa

Proprio in questi giorni sono uscito più volte senza macchina fotografica, solo per guardare. Ho visto situazioni che avrei voluto fermare e che invece sono rimaste lì, come appunti: qualche coordinata geografica, un’intuizione scritta di fretta sulla moleskine. Non è tempo sprecato. Sono promesse depositate per il futuro, perché se è giusto lasciare spazio all’improvvisazione, lo è altrettanto progettare uno scatto in funzione di un’idea, come già raccontavo parlando di quanto conti la pazienza nell’aspettare la luce giusta.

È così che in questi due mesi è nato un progetto nuovo, intorno agli alberi. Non l’ho cercato: è arrivato in un luogo già visto e rivisto decine di volte, dove quel giorno ho visto qualcosa di diverso, una potenzialità che prima non c’era. Da lì, le riflessioni in studio prima che l’idea prendesse una forma operativa. Nessun progetto nasce solo dal caso: la ricerca sul campo serve proprio a trasformare un’intuizione in uno scatto possibile.

Lasciare andare la regola

Chiudo con un ricordo di quando ho iniziato a fotografare. Per anni mi sono sentito ripetere, tra le tante regole dogmatiche della fotografia, che non si scatta nelle ore centrali del giorno, specialmente d’estate. L’ho fatta mia, quella regola, finché non ho capito che non mi serviva a nulla: se quello che avevo da dire aveva bisogno proprio di quella luce, che senso aveva rinunciarci?

L’ho lasciata andare, quella regola, quasi senza accorgermene. E con lei se ne sono andati anche i limiti che per anni mi avevano impedito di portare a casa alcuni degli scatti a cui tengo di più.

Ghiacciaio del Forno sotto un cielo bianco abbacinante di luglio

Resta il sole abbacinante di luglio, e la domanda che continua a farmi compagnia ogni volta che decido di alzare comunque la macchina fotografica: quanto della fotografia sta nel vedere, e quanto nell’accettare di non vedere del tutto?

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