Il fiato mi arriva corto e caldo contro lo scaldacollo. Le gambe tremano ancora dell’ultimo tratto, quello dove il sentiero si è fatto roccia nuda e i bastoncini non servivano più a niente. Poi il passo finisce. Non c’è un altro gradino da cercare, nessuna traccia da seguire con lo sguardo basso. Mi fermo. E per un istante non so cosa fare delle mani, del corpo, del tempo che improvvisamente non ha più una direzione.
Oggi capisco che la vetta non è un premio. È una domanda che il corpo pone e che il corpo, da solo, non sa rispondere.
Il triangolo che non mente
Ho imparato a leggere i profili altimetrici delle mie salite come si legge una mappa del carattere. Qualunque cima scelga, qualunque versante percorra, la forma che ne risulta è sempre la stessa: un triangolo. Si sale, si arriva, si scende. Semplice, quasi banale, se non fosse per quel punto esatto in cui le due linee si toccano.
Il vertice.
In quel punto non c’è più salita né discesa: c’è solo un limbo che il corpo attraversa senza sapere ancora che nome dargli. È il fermo immagine di un pendolo arrivato a fine corsa, l’istante prima che la gravità lo richiami indietro.

Nessuna regola per quel vertice
Respiro. Silenzio. Stasi. Osservazione. Contemplazione.
Le chiamo così perché non ho parole migliori, ma so che sono nomi provvisori. Ogni volta che raggiungo una cima, quel vertice si riempie di cose diverse, perché io, in quel momento, sono diverso da chi ero l’ultima volta.
Certe volte non mi concedo nessun tempo. Arrivo, guardo, giro le spalle e riparto, come se la vetta fosse solo un timbro da apporre sulla giornata. Altre volte lascio scorrere la clessidra senza fare nient’altro che osservare il paesaggio, girando lentamente su me stesso, i trecentosessanta gradi che l’altitudine regala e che nessuna fotografia, per quanto ampia, riesce mai davvero a contenere.
Non esiste un’equazione capace di descrivere quello che comincia dopo l’ultimo passo e finisce prima del primo passo della discesa. Su questo, rinunciare a una vetta insegna forse più che raggiungerla: certe volte il vertice più vero è quello che scegliamo di non toccare.

Quello che rimane se non resto
Ho imparato una cosa, e l’ho imparata ripetendola nel tempo, ogni volta per motivi diversi: quasi sempre, semplicemente, una fretta da rispettare. Delle volte in cui non mi sono concesso il tempo di restare, oggi non ricordo il paesaggio, non ricordo la luce. Ricordo solo la fatica.
Di quella vetta, l’unica cosa che rimane, è sempre e solo la fatica.
È una scoperta piccola ma che ha cambiato il modo in cui cammino. Ne avevo già scritto parlando della sosta come pratica di resistenza gentile, quel coraggio di fermarsi che sembra sconfitta e invece non lo è affatto.
La pratica del restare
Concedermi di stare, di osservare, e quindi di contemplare ciò che mi circonda, è diventato parte essenziale del raggiungere una vetta. Non un momento sganciato dal resto del cammino, ma il suo punto apicale.
Perché quel vertice, per fissarsi dentro di me, ha bisogno di un suo tempo. Un tempo che nessuna tabella di marcia prevede e che nessun sentiero segna con paletti o frecce. Un tempo che devo scegliere di darmi, ogni volta da capo, sapendo che la prossima cima chiederà probabilmente qualcosa di diverso.
Ho scritto altrove che il silenzio, in montagna, non capita per caso: va cercato, costruito, atteso. Il vertice del triangolo funziona allo stesso modo.

Non so ancora quanto a lungo io riesca davvero a restare in quel punto sospeso, prima che il corpo, il freddo o l’orario mi richiamino verso la discesa. So soltanto che ogni volta che scelgo di restarci un po’ di più, qualcosa di quella vetta mi resta addosso oltre la fatica.
E tu, quanto tempo ti conci, una volta arrivato?
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