C’è un momento, quando cammino, in cui smetto di guardare la montagna e comincio semplicemente a farne parte, non come frase fatta, ma come qualcosa che sento nel corpo. Il respiro, quando la salita si fa più dura, ha una sua salita e una sua discesa, un colle tutto suo da scavalcare prima che arrivi il sollievo. Non lo controllo, lo attraverso. In quel momento non sto guardando una forma di pazienza minerale da fuori: la sto facendo mia, con i polmoni.
Quello che è parte di me
Per anni ho pensato che ammirare la montagna significasse imparare qualcosa da lei, come si impara da un maestro che resta comunque altro da te. Ma forse non è imitazione. Forse certe caratteristiche che le riconosco tipo la lentezza con cui accoglie una stagione, la pazienza con cui lascia sciogliere un ghiacciaio, la fermezza che non chiede fretta a nessuno, sono parte di me, in una forma molto più piccola e più fragile. La montagna semplicemente me le rende visibili. Non sto diventando qualcos’altro. Sto solo riconoscendo una parte di me che di solito resta coperta dal rumore.
Ferragosto, il calendario che la montagna ignora
In paese, in questi giorni, il calendario si fa sentire più del solito. Agosto ha una sua liturgia consolidata: le ferie fissate mesi prima, il rientro già segnato, i fuochi che qualcuno accende a valle per festeggiare una data come se fosse un traguardo. Qui, sopra i duemila metri, niente di tutto questo chiede attenzione. Le fioriture risalgono il pendio un mese dopo quelle di valle, senza fretta di recuperare il ritardo. Il ghiaccio custodisce inverni di secoli fa e li restituisce goccia a goccia, senza fare rumore.
Nessuno annuncia quando una stagione finisce e un’altra comincia: semplicemente accade, e chi guarda con attenzione se ne accorge dopo. Se questo è un modo di stare nel tempo, allora posso chiedermi se anche il mio, di tempo, possa somigliargli: non misurato a ore ma a strati, non urgente ma fermo, capace di aspettare senza che l’attesa diventi angoscia. Fotografare, qui, è un modo per restare in ascolto di questo strato più lento: non rincorro un momento decisivo, sosto finché la luce non decide da sola quando è pronta a essere raccolta.

Anche il sentiero, in questi giorni, porta i segni del calendario sociale. Nei primi tratti, quelli che si raggiungono in un’ora da un parcheggio pieno, il passo di chi cammina è spesso il passo di chi deve rientrare in tempo per il pranzo, per il bagno al lago, per il rientro. Non lo dico come un giudizio: è semplicemente un altro modo di stare in montagna, legittimo quanto il mio. Ma più si sale, più quel ritmo si sfalda da solo. Il sentiero si stringe, i gruppi si diradano, e a un certo punto resta solo il mio fiato e il rumore secco della suola sul pietrisco. È lì, in quel punto preciso in cui il calendario smette di seguirmi, che comincio davvero a camminare. Non perché la quota renda migliori, ma perché è la fatica a togliere, un passo alla volta, tutto ciò che non è essenziale: l’orario del rientro, il numero del giorno, persino il nome che diamo a questa metà d’agosto.
Tre giorni di silenzio amministrato
Ho provato a cercare questa stessa fermezza in un luogo che ne rappresenta l’essenza: un convento. Tre giorni di silenzio dichiarato. Ma lì la fermezza era amministrata: una campana per l’alba, un orario per il silenzio, un altro per la sua fine. Non ho trovato in me niente di simile alla montagna in quei giorni: mi sentivo ospite, in prestito, incapace di far mia una regola scritta da altri. Ne ho scritto qualche anno fa in un post nel quale parlo di come il silenzio in montagna vada costruito più che ricevuto. È stato solo tornando a camminare che qualcosa si è di nuovo assestato, non perché il sentiero fosse più santo di una cella, ma perché lì, nel passo, potevo essere io stesso la cosa ferma, senza che nessuno dovesse dichiararla per me.

Frana, non parete
C’è però un rischio in questo, che non voglio nascondermi. Dire “sono montagna” può essere il modo più elegante di scappare dall’essere semplicemente un uomo che si stanca, che ha paura, che a volte vorrebbe fermarsi e non sa come. La montagna non ha dubbi sulla propria fermezza, io sì, quasi sempre. Forse la differenza tra imitare la montagna ed esserla passa proprio da qui: non dal riuscire a essere immobile come una parete di roccia, ma dal riconoscere, senza vergogna, quanto io sia invece fatto di frana, di disgelo, di cedimenti, e scoprire che anche questo, la montagna, lo fa.
Si sgretola, si scioglie, cambia forma nei millenni, la stessa pazienza geologica che ho provato a raccontare parlando delle rocce nate da eruzioni sottomarine di un altro versante appenninico. Forse non le somiglio quando resisto, ma quando cedo lentamente, un poco alla volta, senza smettere di essere quello che sono.
Non so ancora se questo bastare a se stessi, essere montagna non per chi guarda ma per come mi sento dentro, sia una scoperta o solo un altro modo di raccontarmi una storia più grande di me. So che ogni volta che cammino abbastanza a lungo, un pezzo di quella fermezza resta, per un po’, anche quando smetto di camminare. Cosa sia esattamente quel pezzo, e quanto duri prima di sgretolarsi anche lui, è una domanda che porto a casa ogni volta senza risposta. Il quattordici di agosto, quando in paese si festeggia una data, io mi limito a chiedermi quanto di questo fermo resterà addosso quando riscenderò a valle.
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