Alcune parole, in certe lingue, portano con sé un universo intero.
Non hanno traduzione esatta: vanno vissute, non solo comprese.
Tra queste, tre mi accompagnano spesso nei miei viaggi fotografici: Sehnsucht, Saudade e Yūgen.
Ognuna custodisce un modo di guardare il mondo, un colore emotivo che si manifesta nell’istante in cui premo l’otturatore.
Sehnsucht — il desiderio che muove lo sguardo
In tedesco, Sehnsucht esprime un desiderio struggente, un’attrazione verso qualcosa di irraggiungibile.
È un sentimento che ho raccontato nel mio primo post sulla Sehnsucht e approfondito nella mia esperienza fotografica.
Nelle montagne immerse nella bruma, nei cieli infiniti, negli orizzonti che sfuggono, trovo il terreno fertile di questo richiamo interiore.

Saudade — la dolcezza dell’assenza
La parola portoghese Saudade racconta una nostalgia che non ferisce, ma scalda: il ricordo di ciò che è stato o che non sarà mai.
La provo quando torno su un sentiero che un tempo era vivo di presenze, e ora custodisce solo il vento e il rumore dei miei passi.
La fotografia, in quei momenti, diventa un modo per sedermi accanto all’assenza, senza volerla colmare.

Yūgen — la bellezza del mistero
In giapponese, Yūgen indica una bellezza così profonda da risultare quasi invisibile, percepita più che vista.
È ciò che sento davanti a una cresta montuosa che si nasconde nella nebbia: so che dietro quel velo c’è altro, ma non mi è dato vederlo.
La fotografia qui diventa un atto di fiducia: accettare che il mistero resti, e che non tutto debba essere svelato.

Fotografia e parole intraducibili: conclusione
Queste tre parole mi insegnano che fotografare non è solo “vedere” ma “sentire”.
Ogni scatto è un ponte tra ciò che è visibile e ciò che resta invisibile, tra il momento e la sua eco interiore.
Forse è per questo che continuo a tornare in montagna: per inseguire, ricordare, intuire.
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