Zaino da montagna aperto sul sentiero all'alba, pronto per la scelta di cosa portare a valle.

Il peso dello zaino: cosa portare a valle

Lo zaino è vuoto sul pavimento della stanza, la bocca aperta come in attesa di una risposta. Fuori è ancora buio, ma tra un’ora dovrò essere sul sentiero. Sento il freddo del pavimento sotto i piedi nudi, l’odore di tela che sale dal fondo dello zaino svuotato la sera prima. Ogni volta è lo stesso gesto: guardare quel vuoto e cominciare a riempirlo, sapendo che ogni oggetto scelto ne esclude un altro. Oggi, come sempre, non c’è margine per tornare indietro a prendere ciò che ho lasciato a casa.

Il vuoto prima della scelta

Ho davanti lo zaino vuoto e devo decidere, ancora una volta, cosa portare. Ci sono sempre tantissimi oggetti che corredano uno zaino fotografico di montagna, e ognuno chiede il suo posto. L’attrezzatura fotografica è solo una parte, anche se la più pesante da giustificare: cosa prendere in funzione di dove vado è una scelta che non lascia margini di errore, perché quel che non ho con me, banalmente, non posso più tornare a prenderlo se serve.

Preparare uno zaino è già un atto di selezione, prima ancora di camminare.

E il resto? Sì, poi ci sono i vestiti, gli accessori, il cibo. Piccole scelte che si ripetono ogni volta e che non è detto abbiano sempre la stessa risposta. Mi accorgo che questo gesto assomiglia molto a un altro che conosco bene: quello che compio alla scrivania, davanti all’archivio fotografico, quando devo scegliere quali immagini tenere e quali lasciare andare. Ne ho scritto qualche mese fa in Lasciare andare le immagini, dove ho provato a mettere in ordine i sei criteri che uso per arrivare a una selezione al limite del brutale. Sono gli stessi criteri, cambia solo la materia su cui lavorano: là le fotografie, qui gli oggetti.

Nessun margine d’errore

Dettaglio di attrezzatura fotografica disposta a terra durante la selezione prima di una salita.

È sempre un scegliere cosa lasciare andare. Tutto quello che finisce dentro lo zaino sale e poi ritorna a valle, in un processo di pendolo che si ripete uguale a se stesso nella sua forma più semplice.

Salire per poi scendere.

Non conosco un’altra forma di cammino che sia insieme così elementare e così esigente. Anche quando il sentiero cambia, quando cambiano il bosco, la quota, la stagione, quel movimento resta identico a se stesso: una respirazione lunga che dura ore, a volte giorni, e che si conclude sempre allo stesso modo, con lo zaino di nuovo a terra, questa volta svuotato.

In questo movimento capita di lasciare andare, ma anche di prendere qualcosa che non era previsto. Lascio andare il cibo, le fotografie che non reggono, il sudore, i pensieri accumulati durante la salita. A volte prendo un sasso, una fotografia che non mi aspettavo, un’emozione che non stava nell’inventario di partenza.

Cosa portare a valle non è mai stata, per me, una decisione razionale: è una risposta istintiva a quello che accade nel salire e nello scendere.

Quello che resta, quello che torna

Sentiero di montagna visto dall'alto che scende verso valle."

Quell’istinto, però, non nasce dal nulla: risponde a canoni che si sono consolidati negli anni, allenamento dopo allenamento. Non è un metodo, è la forma concreta di anni di analisi, critica e poi selezione. Ogni volta che calzo gli scarponi e carico lo zaino sulla schiena, o mi siedo alla scrivania e apro l’archivio, io mi alleno.

È un allenamento sul prendere e sul lasciare, niente di più, niente di meno.

Chi cammina spesso i sentieri, come ad esempio nella Valle di Braies o delle Dolomiti sa quanto la ripetizione, apparentemente monotona, sia in realtà la condizione perché l’istinto diventi affidabile. Anche la fatica, quella che porto sulla schiena insieme allo zaino, ha un suo valore in questo processo: ne avevo scritto in Il valore della fatica, e credo che sia proprio lì, nel peso che si accetta di portare, che l’allenamento prende forma.

L’allenamento e l’istinto

Quando l’allenamento trasforma un gesto goffo in un gesto proprio, allora quel gesto diventa istinto acquisito. Una sorta di automatismo che non ha più bisogno di troppi pensieri per essere messo in atto. Non calcolo più: le mani sanno già cosa prendere, gli occhi sanno già quale scatto scartare.

L’istinto è solo la forma visibile di un allenamento lungo anni.

Mi capita raramente di accorgermi del momento esatto in cui una scelta è passata dalla testa alle mani. È un passaggio silenzioso, che avviene fuori dal mio controllo diretto, come quando si impara a camminare su un pietraia senza più guardare ogni singolo appoggio.

Mani aperte a fine cammino, con un sasso raccolto lungo il sentiero.

Le eccezioni, però, ci sono sempre, e anzi è importante saperle accogliere. A volte l’istinto abituato alla routine mi porterebbe a certe scelte, ma la situazione ne richiede un’altra, un altro tipo di presenza. Riconoscere quel momento, la piccola frizione tra l’automatismo e ciò che la giornata chiede davvero, è forse l’ultima parte dell’allenamento, quella che non si esaurisce mai.

Non so sempre, in anticipo, cosa lascerò andare la prossima volta. So soltanto che lo zaino tornerà più leggero di come è salito, anche quando le spalle diranno il contrario.

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