È autunno, di nuovo
All’inizio del nono mese mi preparo a incontrare ancora una volta la stagione del ritorno.
Come ogni anno ho seguito la parabola del sole: l’ho visto salire, farsi implacabile, ho lasciato che mi abbagliasse e mi consumasse, che segnasse la pelle e scavasse dentro il corpo. Poi, quasi senza accorgermene, ho colto i primi segni della sua discesa: un’ombra più lunga, una sera che arriva un po’ prima, un mattino meno ostile.
Bastonato dal caldo della pianura, ci vuole tempo per accorgersi del mutamento. Ma è lì, quotidiano, silenzioso: un minuto alla volta, giorno dopo giorno.
E se solo due mesi fa il giorno sembrava un inferno senza fine, oggi quell’inferno si è trasformato in purgatorio, e nel suo respiro incerto promette già un frammento di paradiso.
La luce si fa velata, i colori si addensano. Finalmente riaffiorano i dettagli che contano per me: le pieghe delle rocce, i tagli della montagna, la scrittura segreta delle foglie. È lì che trova spazio la mia fotografia, è lì che riconosco il mio cammino, quel malessere ostinato che nasce dal non appartenere mai del tutto a un luogo, dal non sentirmi mai intero.
Ed è in questo scarto che abita l’Altrove.
L’Altrove non è un luogo da raggiungere, ma una fenditura nel tempo. È lo spazio che si apre quando si smette di inseguire la linearità delle ore e ci si lascia cadere dentro un ritmo diverso, fatto di ritorni, di cicli, di respiro. È la possibilità di essere altrove pur restando qui: nella montagna che incombe, nell’acqua che insiste, in un prato che si mostra all’improvviso.
Altrove è soglia.
Ogni giorno questa soglia mi viene incontro, e ogni giorno devo scegliere se varcarla o restare fermo, attaccato alle mie abitudini, impastoiato dai miei pensieri che nulla hanno a che vedere con la vita che accade intorno a me. Alcune soglie si attraversano senza fatica, altre invece ti chiedono tutto: un coraggio che non sai di avere, la rinuncia a un pezzo di te stesso, la resa a un ignoto che non sai se ti accoglierà.
L’autunno è una soglia ingombrante.
Una porta che non puoi evitare, che ti costringe a guardare dentro e fuori nello stesso momento.
Quest’anno è la soglia che mi conduce verso la stagione che amo più di tutte, e che mai come ora mi incute timore. Perché amare significa anche temere la perdita, e ogni stagione porta con sé una promessa e una fine.
Così resto qui, sospeso tra attesa e inquietudine, sapendo che varcare la soglia significa riconciliarmi con la mia stessa fragilità.
Saprò camminare il mio Altrove?
Saprò attraversare le innumerevoli soglie che mi si presenteranno senza smarrirmi del tutto?
Non ho risposte, solo questa continua ricerca che mi spinge a tornare, ancora e ancora, al cospetto del tempo che scorre e si rinnova.
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