Tra estate e autunno: il passaggio gentile
Negli ultimi mesi è cambiato poco o nulla. Un po’ l’erba, che quest’anno ha sofferto parecchio la siccità, ha virato presto dal verde spumeggiante di inizio luglio a un verde anemico prima, a un giallo paglierino poi. Tutto il resto è rimasto apparentemente fossilizzato dentro l’estate.
Dalla prua di questa nave scruto ogni giorno l’orizzonte nel quale i boschi si stagliano, alla ricerca di quel segnale che mi dia la misura di a che punto sia la discesa. Da un lato vorrei svegliarmi una mattina e, gettando lo sguardo all’orizzonte, essere abbagliato dai colori giallo oro dei larici. Un po’ come svegliarsi una mattina d’inverno dopo una copiosa nevicata notturna. Tutto lì fuori sarebbe diverso, cambiato, come dopo una mano di vernice.
Il giorno che non arriva
So invece che il mio osservare non troverà mai “quel giorno” in cui il cambio si manifesta improvviso. Semplicemente perché il cambiamento avviene impercettibilmente, ogni giorno.
L’autunno, più di ogni altra stagione, mette a dura prova quel desiderio di riconciliazione con i ritmi stagionali che inseguo da tanti anni.
È una stagione che non concede il colpo di scena. Non premia chi aspetta un segno, ma chi accetta di non vederlo mai arrivare per intero. È qui, credo, che si gioca la differenza tra guardare la montagna e ascoltarla: non è un tema nuovo per me, ne scrivevo anche a proposito del silenzio interiore che si costruisce solo restando, non cercando.
La frenesia di non perdere l’attimo
La paura di lasciare indietro qualcosa mi porta più volte alla settimana a tornare in certi luoghi, sotto certi alberi, dentro certe radure, nella speranza di cogliere il cambiamento sul fatto. In questo cammino reiterato, però, posso vivere la gentilezza.
È tornando ad osservare lo stesso soggetto che si può cogliere, forse non oggi ma dopodomani, una sfumatura nuova, un verde meno intenso e più acido. Giorno dopo giorno, registrando i cambiamenti, si crea un movimento cromatico di cui non voglio perdermi nemmeno un passaggio. Voglio fare mio un movimento che per sua natura non è spezzato ma continuo.

Quello che la luce lascia cadere
La luce, giorno dopo giorno, è più inclinata; le ombre che disegna, più lunghe. Come una mano che scorre tra i rami di larice, gli aghi pronti cadono a terra, gli altri restano in attesa. In questo sfilacciamento trovo la morbidezza degli ultimi caldi, a volte inaspettati, come un rigurgito di estate che torna a bussare quando non lo aspetti più.
A volte vengo tratto in inganno dalle temperature, e mi ricordo che questa discesa non è lineare ma è un’onda, con i suoi alti e bassi. Ci sono giorni in cui l’attesa ha uno spessore tangibile. Giorni in cui vorrei “combinare qualcosa” ma semplicemente non accade nulla, come ieri, come probabilmente domani. È la stessa sospensione di cui parlavo scrivendo di “Sehnsucht, una via alla contemplazione“: un’attesa senza oggetto preciso, che pure riempie le giornate più di un’azione compiuta.
[IMMAGINE 2] Alt text: Radura con luce autunnale bassa e ombre allungate tra gli alberi Didascalia: Le ombre più lunghe non annunciano l’autunno, lo sono già.



Ciò che non si distingue più
La gradualità con cui l’autunno segue all’estate contrasta con l’esuberanza con cui la primavera letteralmente estrae la vita. Non c’è un’esplosione da questa parte della ruota dell’anno, solo un cedimento lento, quasi discreto. Gli aghi cadono e si mischiano all’erba: non si distingueranno più gli uni dall’altra. Anche questo, in fondo, è un modo per pensare al paesaggio come specchio di uno stato interiore, il tema di “Paesaggi interiori, paesaggi della mente“, più che come semplice sfondo da fotografare.

Tornare, non cercare
Non è una questione di quante volte esco, ma di quanto sono disposto a tornare nello stesso punto senza pretendere che mi restituisca qualcosa di nuovo. La macchina fotografica, in questi giorni, serve più a fermare la memoria di uno stato che a documentare un evento. Fotografo lo stesso ramo tre volte in una settimana sapendo che, messe una accanto all’altra, le immagini diranno poco: è solo restando dentro il tempo che quel poco comincia a parlare.
Sostare, tornare, sostare ancora: è questa la pratica che l’autunno mi chiede, più di ogni altra stagione. Non un cammino verso una meta, ma un cammino circolare attorno a un punto fermo che, pur non muovendosi, cambia sotto i miei occhi ogni volta che ci torno.
Forse è proprio questo il passaggio gentile: non un varco da attraversare in un giorno preciso, ma una soglia che si allarga per settimane, finché smetti di cercarla e ti accorgi di esserci già dentro. Non so quando i larici si accenderanno del tutto quest’anno. So che continuerò a tornare sotto lo stesso ramo, a osservare la stessa radura, fino a quando la domanda su “quando” avrà smesso di avere importanza.
