Scendere da una montagna significa attraversare paesaggi che non sono solo natura, ma riflessi profondi di ciò che accade nel mondo e dentro di noi. Qualche giorno fa mi sono trovato davanti a uno spettacolo che era allo stesso tempo terribile e rivelatore: il ghiacciaio che si consuma, e la roccia che sotto di lui rinasce.
I ghiacciai che avevo di fronte non mostravano più la maestosità che conoscevo. Apparivano come un corpo in agonia: un respiro spezzato, un volto scavato dalla malattia. Guardarli era come assistere a un declino irreversibile.
In quel silenzio pesante, però, è nato un pensiero inatteso. Ho immaginato la roccia che presto verrà liberata dal ghiaccio. Una roccia rimasta nascosta per migliaia di anni, sotto la pressione immensa delle masse glaciali, lontana dal sole e dall’aria. Ho provato a chiedermi: che cosa significa per lei tornare alla luce?


Quella roccia porta con sé un tempo che non è il mio. È il tempo della terra, che scorre lento, vasto, quasi incomprensibile all’essere umano. Noi contiamo i giorni, le stagioni, le generazioni; la roccia misura le ere, conserva memorie di cui non sappiamo nulla. Eppure, nel momento in cui torna a mostrarsi, diventa anche parte del nostro tempo, ci parla, ci chiama a immaginare.
Il ritiro del ghiacciaio è allo stesso tempo liberazione e ferita. È una montagna che si rivela, ma attraverso la sofferenza di un corpo che si dissolve. Ogni nuova nascita porta con sé una perdita: presto su quella pietra arriveranno i licheni, poi i muschi, e lentamente la vita troverà un nuovo appiglio. Ma dietro questo fiorire resta il vuoto di ciò che scompare.
Guardando quella scena, ho percepito un riflesso dentro di me. Anche in noi ci sono parti rimaste sepolte a lungo, voci interiori imprigionate sotto strati di silenzio. E forse, come quella roccia, anche loro attendono di riaffiorare, di ricevere finalmente un raggio di sole.
Non so se la roccia senta o meno qualcosa, ma immaginarne l’esperienza mi ha spinto a una forma più profonda di ascolto: ascolto dei mondi che non sono il mio, dei linguaggi che non comprendo ma che mi attraversano.

Forse la vera responsabilità sta qui: restare testimoni di entrambe le dimensioni, senza rimuovere né il dolore né la meraviglia. Guardare un ghiacciaio che muore e sentire tutto lo strazio di quella perdita, ma nello stesso tempo aprirsi alla possibilità che qualcosa torni a vivere, che nuove storie inizino proprio da lì dove altre finiscono.
Eppure, quando penso ai ghiacciai, non posso non vedere la loro sofferenza come il segno più evidente del nostro tempo. Oggi stiamo spendendo energie immense nel tentativo di salvarli, come se potessimo fermare un processo che appartiene a forze ben più grandi di noi. È una lotta disperata, che a volte somiglia a un accanimento. Forse la vera sfida non è trattenere ciò che inevitabilmente scompare, ma imparare a immaginare mondi senza di loro. A chiederci come sarà vivere in terre dove l’acqua non scenderà più dal ghiaccio, e come potremo reinventare il nostro modo di stare nella natura e di prenderci cura gli uni degli altri.
Forse ciò che ci manca non è la tecnologia per fermare la fine, ma l’immaginazione per abitare il dopo.
E tu, come vivi il ritiro dei ghiacciai? Pensi che dovremmo continuare a cercare di salvarli a ogni costo, oppure provare a immaginare altri modi di vivere senza di loro? Mi piacerebbe leggere la tua voce nei commenti.

Nel gran cerchio de l’Alpi, sul granito squallido e scialbo, su’ ghiacciai candenti, regna sereno intenso ed infinito nel suo grande silenzio il mezzodì.
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