Il primo giorno dell’anno per me è una semplice traccia sulla neve.
Non parto mai davvero da zero.
Mi presento in questo nuovo anno con le gambe un po’ stanche e il fiato corto che mi ricorda le fatiche degli ultimi mesi.
Negli occhi e nel cuore tante immagini che non ho ancora digerito.
È da qui che scelgo di cominciare: da un passo.
Ogni volta che alzo un piede da terra e lo appoggio un po’ più avanti, qualcosa finisce e qualcosa inizia.
Il passo è la mia unità di misura del tempo: non i mesi, non i numeri su un calendario, ma questo continuo, ostinato andare.
Un passo dopo l’altro, dentro la montagna, dentro di me, verso quell’Altrove che continua a chiamare.
Cominciare da un passo
Come ogni anno non ho grandi propositi da annunciare, liste di obiettivi, promesse scolpite nella pietra.
Ho solo questo: la scelta di fare un passo. E poi un altro.
Il passo è in definitiva un’unità di misura, la mia unità di misura.
È piccolo, concreto, a volte quasi ridicolo rispetto al contesto nel quale mi muovo.
Alla fine però, quel passo, è tutto quello che ho.
Quando appoggio il piede su un sentiero ghiacciato, nel cuore dell’inverno, sento la fragilità di quell’istante.
Basta poco per scivolare, per sbagliare appoggio, per rompere la superficie e sprofondare.
Così è anche il tempo: una superficie sottile su cui cammino, imparando ogni giorno a fidarmi un po’ di più del mio corpo, del mio respiro, della mia direzione.
Cominciare da un passo significa accettare che il nuovo anno non è una rivoluzione, ma una continuità.
È un sentiero che non conosco fino in fondo, ma che scelgo comunque di percorrere.

Ciò che lascio alle spalle
Ogni nuovo anno porta con sé un gesto silenzioso di rinuncia o per lo meno la promessa di una rinuncia.
Ogni volta cerco di alleggerirmi – abitudini, pesi, pensieri – e ogni volta il cambiamento oppone resistenza.
È vero, in montagna ho imparato che non comando io:
non controllo il meteo, non controllo le nuvole che chiudono il panorama, non controllo il ghiaccio che si forma nella notte.
Posso solo scegliere come stare dentro ciò che succede e dentro ciò che trovo.
Nonostante questo, c’è un istinto che spesso prevale quando i pianeti sono in movimento e le gambe mulinano lungo una salita. Quel lasciare, quel rinunciare, quel naturale lasciarmi alle spalle, cozza con la realtà del mio carattere.
Serve disciplina per lasciare la corsa affannata verso obiettivi che non mi assomigliano.
La montagna non ha fretta: cresce millimetro dopo millimetro, si sgretola, si ricompone, muta.
Perché dovrei forzare il passo, quando posso ascoltarne il ritmo naturale?
Lascio anche qualche paura, o almeno ci provo.
La paura di non essere abbastanza, di non fare abbastanza, di non produrre abbastanza.
La montagna mi ricorda che la mia importanza è relativa: io sono la cosa meno importante intorno a me.
E in questo ridimensionarmi sento, paradossalmente, una forma di liberazione.
Ciò che porto con me
L’unica cosa che posso effettivamente controllare, al netto delle mie solite dimenticanze, è cosa scelgo di mettere nello zaino.
Sicuramente porto con me la fatica, sempre.
Non come qualcosa da evitare, ma come moneta di scambio per la bellezza.
Ogni dislivello è un dialogo serrato tra il mio corpo e il paesaggio: il fiato che brucia, le gambe che tremano, il cuore che accelera.
In quella fatica, la montagna mi parla con un linguaggio essenziale.
Porto con me la meraviglia.
La capacità – ancora intatta, nonostante tutto – di stupirmi per un filo d’acqua che resiste al gelo, per un raggio di luce che buca le nubi, per la neve che appiattisce ogni rumore.
Se perdessi la meraviglia, il cammino sarebbe solo esercizio fisico, solo performance.
Porto con me il silenzio.
Non quello perfetto, irraggiungibile, ma il silenzio possibile: un po’ meno rumore, un po’ meno distrazioni, un po’ più spazio tra un pensiero e l’altro.
Il passo, quando trova il suo ritmo, diventa un metronomo silenzioso che mette ordine nella confusione.
Porto con me l’Altrove.

L’Altrove come bussola
L’Altrove, per me, non è una destinazione sulla mappa.
È uno stato mentale, una soglia che si apre quando il dentro e il fuori cominciano a parlarsi.
Lo sento tra le rocce e l’acqua, nei boschi che si fanno cattedrale, nei laghi che trattengono il cielo.
Altrove è il punto in cui smetto di essere il centro del mondo e divento parte del paesaggio.
Non sono più “io che guardo la montagna”, ma qualcosa di più sottile:
io che mi lascio guardare dalla montagna, io che mi lascio cambiare da ciò che vedo.
Per il nuovo anno scelgo l’Altrove come bussola.
Non mi interessa tanto “dove arrivo”, ma la qualità del mio stare lungo il cammino.
Da questa bussola nascono le mie fotografie, le parole che scrivo, i progetti che metto in circolo.
Non voglio produrre solo immagini: voglio aprire passaggi, creare piccole soglie in cui chi guarda possa, per un istante, sentirsi altrove senza muoversi da casa.
Un nuovo anno in cammino
Non so cosa porterà questo nuovo anno.
So però come voglio attraversarlo: a passo umano.
Concedendomi tempo, errori, rallentamenti.
Accettando che ci saranno giornate di luce limpida e altre di nebbia fitta.
Sapendo che alcune salite le affronterò volentieri, altre solo per ostinazione.
Il mio manifesto di inizio anno è semplice:
- cominciare da un passo, ogni giorno;
- ascoltare il corpo come primo calendario;
- lasciare che siano le montagne, l’acqua, i boschi a ricordarmi cosa conta;
- coltivare la bellezza come pratica quotidiana, anche nelle piccole cose;
- tenere l’Altrove come bussola, soprattutto quando perdo la strada.
Non so dove mi porterà tutto questo, ma so che non voglio restare fermo.

E tu, da dove ricominci?
Se ti va, puoi chiedertelo anche tu:
da quale passo vuoi cominciare questo nuovo anno?
Cosa lasci consapevolmente alle tue spalle?
Cosa scegli di portare con te nello zaino?
E qual è, oggi, la tua bussola quando il sentiero si fa incerto?
Mi piacerebbe leggere, nei commenti, quale sarà il tuo modo di entrare in questo nuovo anno in cammino.
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