Il Saggio soleva dire: “non esiste il cattivo tempo, ma solo vestiti inadeguati“.
Questo anno in generale e questo autunno in particolare, hanno reso manifesto questo proverbio svedese che nella pratica si è concretizzato in un “piuttosto che starmene in casa sul divano, vado fuori lo stesso anche se piove”.
Detto fatto. Certo, fare fotografia sotto la pioggia non è tra le cose più semplici da fare, però la prospettiva di intere giornate, per quante le cose da fare siano sempre infinite, trascorse tra le quattro mura mentre l’Altrove è in trasformazione dall’estate all’inverno, non è certo la mia massima aspirazione.
Ho imparato quindi che il numero di giornate utili che l’Altrove elargisce sono in definitiva piuttosto poche e se non voglio diventare velocemente una mummia è necessario cambiare il mindset per tutte quelle giornate nelle quali il meteo non è favorevole (pioggia o neve è indifferente).



Camminare sotto la pioggia, per quanto scomodo e fastidioso, mi ha riservato però delle sorprese inaspettatte perchè impone di prestare attenzione ad altro.
All’Altrove appunto.
Quando le cime sono coperte. Quando l’orizzonte è chiuso. Quando la pratica del camminare si fa ulteriormente più lenta del solito.
Ecco, queste sono solo alcuni di quei “quando” che fanno cambiare la prospettiva.
Il mondo si fa piccolo e lo sguardo si aguzza. Emergono quindi elementi che diversamente sarebbe passati inosservati. I dettagli, le piccole cose, assumono un’importanza improvvisamente enorme, quasi ingombrante.



Ho imparato che camminare per bosco sotto la pioggia non è poi questo dramma come ho sempre pensato fosse.
Ho imparato che se anche mi bagno… beh prima o poi rientrerò a casa e potrò asciugarmi.
Ho imparato che se anche non fotografo va bene lo stesso, l’importante è essere là fuori, nell’Altrove.
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