L’autunno è una soglia ingombrante. Una porta che non puoi evitare, che ti costringe a guardare dentro e fuori nello stesso momento.

La malattia come antidoto

Può la malattia essere un ottimo antidoto al delirio di onnipotenza che ci affligge?

Ritrovarsi nell’impossibilità di vivere, e con vivere prende l’accezzione più larga possibile, come pensiamo sia nostro diritto di nascita, offre a mio avviso l’opportunità per una riflessione personale.

Il riconoscere, e quindi accettare, che sono un animale al pari di tutti gli altri, mi(ci) aiuta a scendere da quel piedistallo che abbiamo eretto noi stessi e che abbiamo farcito di ogni tipo di narrazione per giustificarne l’esistenza.

Mi sono ritrovato per diversi giorni letteralmente fiaccato nel fisico e costretto a starmene sdraiato fino a raggiungere quello stato di insofferenza fisica estrema nel quale qualunque posizione risulta insostenibile.

Ho cercato di lasciar scorrere le ore guardando il gioco interminabile tra la nebbia ed il sole.

Con fatica ho terminato di leggere un libro, Il richiamo della foresta di Jack London sapientemente illustrato da Roger Olmos, che tra l’altro adoro.

Ho rinunciato a scrivere il post del giovedì, scrivo appunto oggi (venerdì), primo giorno da domenica scorsa nel quale mi sento relativamente bene, diciamo al 90%.

Ho rinunciato ad uscire con Simone per il nostro progetto video.

Credo che mai come questa volta ho ascoltato il mio corpo per capire, per non farmi travolgere dalla negatività, per riconoscere ed accettare i miei limiti.

La malattia come antidoto è stata, in estrema sintesi, un’opportunità per porre uno stop al flusso ininterrotto di vita frenetica e prendermi qualche giorno di isolamento dal mondo.

Ieri sera ho cominciato a guardare le circa 2000 fotografie scattate in ottobre in Engadina e come spesso accade, sono partito dalla fine ovvero dal tramonto dell’ultima uscita fotografica.

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