C’è che quando il meteo è brutto poi in giro non trovi nessuno e questa cosa a me non dispiace.
Non mi dispiace perchè posso concentrarmi su me stesso e su quello che mi circonda senza dovermi impegnare emotivamente in una qualche forma di relazione.
E’ così che prende forma la meditazione in cammino.
E’ un rituale che affonda le sue radici nel ritorno. Tornare infatti negli stessi luoghi, ripercorrere gli stessi sentieri, aiuta a lasciare andare e concentrarsi invece su se stessi.
Posso dimenticarmi del “dove sto andando” o del “come si arriva in quel punto”, il mio io sa già come si fa e quindi lascio che sia lui a condurmi all’interno del bosco.
I passi sono lenti, lentissimi. Così come le minuscole palline di neve che il vento porta a tratti sferzandomi il viso.
Il freddo mi aiuta ad ascoltare il mio corpo. E’ un’esplorazione in cammino. Parto dai piedi e risalgo lentamente fino al capo prestando le dovute attenzioni alle sensazioni che percepisco.
Lascio che il respiro un po’ affannato trovi un ritmo consono al mio cammino.

Oggi, più di ogni altra cosa, mi arrivano i suoni.
Il vento tra le fronde degli abeti.
Qualche uccello che spera in una primavera anticipata.
I miei passi sulla neve marcia.
Non c’è molto altro di manifesto e va bene così perchè il restante è sottopelle, come nel sottosuolo o sotto la neve. Serve tempo per farlo emergere.
Le neve si deve sciogliere. L’albero deve mettere radici.
Credo che la pratica del camminare senza uno scopo preciso sia una delle cose amo fare di più.
E’ come lasciarsi guidare dal qui e ora. Perchè avere un obiettivo non è già più qui e ora ma è una tensione verso il futuro.
Io non voglio il futuro, voglio solo essere qui adesso. Trovare la forma che mi appartiene ed adagiarmici dentro. Trovare il mio incastro in questo universo sconosciuto.
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