Ogni anno scatto diverse migliaia di fotografie con svariati dispositivi: dal cellulare al banco ottico.
Quante sono? Forse più di 10000 o forse meno. Ha importanza? No.
Due domande che non mi lasciano in pace:
1) Che fine fanno le fotografie che scatto?
2) Se non ci fosse la condivisione, cosa me ne farei delle fotografie che scatto?
Lo schermo è un fiume, la carta è una riva
Sul telefono e sul monitor le immagini non stanno mai ferme.
Anche quando le apro per guardarle davvero, c’è sempre qualcosa che le spinge via: una notifica, una mail, un altro scatto, un altro mondo.
Lo schermo è fatto per far scorrere.
La carta, invece, è fatta per far restare.
E questa differenza per me non è tecnica: è spirituale, quasi fisica.
Perché una fotografia, quando la stampi, smette di essere un file e diventa un oggetto che chiede un posto. Un angolo di casa, una parete, un cassetto, una mano.

Stampare è scegliere (e scegliere fa male)
Stampare una fotografia è un atto di consapevolezza che nasce da una scelta. Non parlo solo della scelta di stampare, ma della scelta di cosa stampare.
E qui arriva la parte scomoda: non posso salvare tutto.
Non posso portare fuori dal flusso ogni immagine che ho scattato. Non sarebbe cura, sarebbe accumulo.
La stampa mi obbliga a fare ciò che il digitale rende sempre rimandabile: dire dei no.
No a mille immagini “quasi”.
No a quelle che mi piacciono solo perché mi ricordano una giornata.
No a quelle che funzionano in un carosello ma non reggono uno sguardo lungo.
E nel momento in cui scelgo, succede una cosa strana: mi accorgo che la fotografia che merita non è quella che grida di più.
È quella che continua a chiamarmi anche dopo settimane.
Tempo, tatto, presenza
Quando prendo in mano una stampa sento subito se l’immagine è “vera” per me.
Non perché sia perfetta, ma perché ha peso.
La carta oppone resistenza. Il bordo bianco crea silenzio. La luce non viene da dietro: cade sopra, come fa sulle rocce e sull’acqua.
Sul monitor la fotografia è luce che esce.
Sulla carta è luce che ritorna.
E quel ritorno cambia tutto: mi costringe a rallentare, ad avvicinarmi, a respirare.
A guardare non “cosa” ho fotografato, ma come ci sono stato.
La carta non è nostalgia: è una forma di futuro
Stampare, per me, non è un vezzo romantico. È una forma di difesa.
Difesa dell’attenzione, prima di tutto.
Difesa del tempo.
Difesa della memoria, che altrimenti resta parcheggiata in un archivio che non visiterò più.
Una stampa non dipende da una batteria, da un formato, da una piattaforma, da un aggiornamento.
Una stampa è un patto semplice: finché esiste, puoi tornare.
E io ho bisogno di questa possibilità di ritorno.
Perché il mio lavoro non nasce per essere consumato in due secondi: nasce per essere abitato.

Ogni formato è un gesto diverso
Questo approccio è il medesimo che adotto indipendentemente dalla sorgente dell’immagine. Quello che cambia è solamente il supporto finale su cui l’immagine rinascerà a vita nuova.
Le cartoline sono la mia forma più essenziale di stampa: piccole, quotidiane, nate per viaggiare. Sono un modo per dire: “questa immagine non deve restare chiusa in un hard disk, deve arrivare da qualche parte, a qualcuno”.
La fanzine è il luogo in cui le fotografie smettono di essere singole e diventano racconto. Sequenza, respiro, ritmo. Una casa di carta dove posso mettere insieme immagini e parole senza che una divori l’altra.
Le stampe fine-art / wall art, invece, sono un gesto più netto: quando stampo grande sto dicendo che quell’immagine merita spazio, merita una parete, merita di accompagnare la vita di qualcuno per anni.
Non sono “prodotti” per me.
Sono tre modi diversi di uscire dal flusso e restare nel mondo.

Contro lo scorrere infinito
Alla fine, stampo per un motivo molto semplice: perché non voglio che le mie fotografie finiscano tutte nello stesso destino, quello di essere viste una volta e poi dimenticate.
Stampo per fare ordine.
Stampo per dare alle immagini un peso.
Stampo per ricordarmi che la bellezza non è una cosa che si consuma: è una cosa davanti a cui si resta.
E forse stampo anche per questo: perché, in un tempo che ci educa a scorrere, io ho bisogno di gesti che mi insegnino a fermarmi.
Tu, invece, dove tieni le fotografie che contano davvero? Le lasci nello schermo o senti anche tu, ogni tanto, il bisogno di farle diventare carta?
2 Comments
Mi piace molto la frase “lo schermo è un fiume la stampa è una riva”, bei pensieri, a questo punto urge l’acquisto di una stampante! Complimenti e a presto
Grazie Michele, la stampante o meglio ancora il plotter, è uno di quei must to have su cui sono anni che ci ragiono 🙂