Intento a curare il fuoco, annuso vorace i profumi di resina che si elevano dal focolare.
Accendere un fuoco non è mai un atto banale o fine a se stesso: è un rituale che affonda le radici nella notte dei tempi, quando nel buio siderale chi mi ha preceduto riponeva nella fiamma le aspettative di un pasto o di un ristoro.
Oggi, nella comodità di un prato irrorato da un sole generoso, mi preoccupo di usare la giusta quantità di legna, per non sprecarne inutilmente.
Oggi, vestito di tutto punto, posso permettermi di restare a dorso nudo e godere senza preoccupazioni di fratello Sole.
Le fiamme rispondono al mio volere, il fumo un po’ meno, ma lo devo mettere in conto.
Lascio, come sempre, che le fiamme catturino i miei pensieri come acqua salvifica, a purificarmi…
quando un’ombra sorvola la mia testa.
Una folaga si schianta a terra.
Impaurita, con il respiro sincopato di chi non si aspetta l’imprevisto, rimane interdetta da questa interruzione del volo, come se non si capacitasse dell’esito del suo slancio.
È stato un atterraggio di fortuna? Una fuga forsennata da un predatore?
I minuti passano — interminabili — e l’uccello pare tranquillizzarsi.
Lo osservo da debita distanza, finché, con passo incerto, zampetta verso il lago.
Rivolgo nuovamente l’attenzione al fuoco.
Perché il fuoco — ogni fuoco — mai va abbandonato a se stesso.
Sia per ragioni di sicurezza, sia per ragioni d’amore.
Il fuoco va curato anche quando ha esaurito la sua funzione primaria,
perché è nel fuoco che è racchiusa la storia dell’umanità .
La mia storia.
Ognuno ha un proprio fuoco.
Io custodisco il mio in fondo a una caverna, nascosta da una folta vegetazione.
Ho studiato e scelto con cura il luogo dove conservarlo: occultato, inaccessibile, protetto.
Quel fuoco è sacro.
Intorno ad esso, solo pochi eletti sono chiamati a sedersi, a condividere il silenzio e godere del suo tepore.
Non per superbia, ma per necessità .
Non tutti comprendono la lingua che parla quel fuoco — una lingua antica, fatta di sussurri, crepitii, silenzi.
Chi si avvicina senza rispetto rischia di spegnerlo, o peggio, di profanarlo.
L’ho nascosto per proteggerlo dal clamore del mondo, dalle correnti d’aria che tutto spengono, dai passi pesanti che non sanno camminare piano.
Lo proteggo anche da me stesso, nei giorni in cui dimentico la sua presenza, o vorrei usarlo per illuminare troppo, per riscaldare chiunque, a qualunque costo.
Ma quel fuoco non è per tutti.
È nato per bruciare lento, per accompagnare certe notti, per custodire domande.
E per scaldare il cuore di chi sa rimanere in silenzio abbastanza a lungo da sentirne il respiro.
Ora il fuoco arde senza pace, come il mio pensiero.
La folaga è tornata all’acqua, io resto a vegliare la fiamma.
Non tutto si placa.
Intorno a me, la terra porta i segni del suo passaggio: bruciata, aspra, nuda.
Ma anche l’inquietudine ha diritto al suo fuoco,
e a un luogo dove bruciare senza essere giudicata.
Leave a reply