Quando la pendenza va oltre l’umana comprensione e il cammino non è più un piacere ma una missione, è allora che la salita si fa introspezione.
Il sudore, da semplice manifestazione di uno sforzo fisico, si fa nutrimento per la terra arida che calpesto. Tutti i pensieri collassano in un unico punto: la fronte.
C’è un luogo infatti, tra le sopracciglia, dove i pensieri si fanno carne. Non importa dargli un nome, conta sapere che esiste.
È lì che l’introspezione si condensa, che il paesaggio svanisce negli occhi velati di sudore.
Gli angoli della bocca, ormai asciutti, trovano conforto solo nelle gocce salate che grondano dal mio viso.
È il supplizio della fatica.
Farsi introspezione è istinto, ma anche un atto di resistenza: non cedere alla comodità della discesa, della sosta, della rinuncia, ma immolarsi sull’altare del sudore, su questo cammino che non ha fine.
Introspezione, qui, è ascoltare il modo in cui il corpo resiste, respira, insiste.
Più salgo, meno penso.
Non perché il pensiero si allontani, ma perché si dissolve. Non ha più margini, non ha più voce.
Il pensiero — che in pianura si gonfia, si moltiplica, argomenta e costruisce mondi — in salita si fa inutile, come un bagaglio lasciato a valle.
A ogni passo, qualcosa cade.
Un’idea di me. Un giudizio. Un desiderio.
La fatica, come quel pettine di ferro contro i pidocchi, strappa via il superfluo e mostra quanto poco basti a restare in piedi.
Rinuncio non per scelta consapevole, ma per necessità .
Non posso portare tutto con me.
La salita non ammette zavorre: né mentali, né emotive.
Rinuncio all’ordine dei pensieri, al controllo delle emozioni, alla presunzione di avere un senso da afferrare.
E nella rinuncia trovo spazio.
Uno spazio vuoto che non fa paura, perché è abitato dal mio stesso respiro.
Capisco allora che l’introspezione non è tanto guardarsi dentro, ma smettere di ostinarsi a vedere.
È restare.
Nel vuoto, nel silenzio, nell’aridità .

E da lì, qualcosa inizia a muoversi.
Non un pensiero — ma una presenza.
Giunto alla meta, non mi resta che abbandonarmi a quest’immensità che non comprendo, ma che pervade ogni fibra di me.
Ho profuso ogni energia, e ora il corpo chiede tregua. Ascolto e accolgo i segnali che mi restituisce.
È difficile ascoltarli. È difficile accettare che ci siano ancora resistenze.
Come sempre, ho chiesto molto e ho ottenuto ciò che volevo. Ma, come sempre, c’è un prezzo da pagare.


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