L’altra sera in quella pozza di sudore che è la pianura padana, me ne stavo sdraiato immobile nel mio letto.
Lo sguardo fisso sulle pale del ventilatore a soffitto.
Ogni volta che guardo quelle pale mi vien voglia di fissarne una, di pale, e di seguirla nel suo girovagare sempre uguale.
Solo che poi mi ritrovo che gli occhi mi sbarellano e la testa comincia a girare alla stessa velocità delle pale.
Meglio evitare.
E mentre sono li che fisso le pale, decido che è il momento di sopprimere questo umido silenzio con un po’ di musica.
E’ difficile scegliere che musica ascoltare e non voglio ritrovarmi a saltare di traccia in traccia in quella compulsiva mania che ormai pervade tutti data dall’abbondanza di scelta.
Quando c’è troppa scelta come si fa a scegliere?
Quindi faccio partire questa traccia che ultimamente accompagna molti momenti delle mie giornate.
E’ una traccia nella quale lo stesso brano musicale si ripete per un’ora intera. Che poi ho trovato anche uno che evidentemente ha dei problemi, che ne ha fatta una versione dove sempre lo stesso brano si ripete per 10 ore.
Dieci ore dico io, ma sei pazzo?
Faccio quindi partire la traccia e so già, dopo poche note, che ho commesso un errore.
Ma stasera va così, ho bisogno di schiantarmi contro quel muro che se ne sta là immobile in mezzo alla strada.
Questa, come altre tracce, hanno la capacità di evocare immagini. Anzi no, sono io che grazie a queste tracce audio riesco ad evocare immagini.
E mi tocca evocare, perchè non posso fare altrimenti, un carosello di immagini dell’ultimo anno, un carosello di immagini che in parte sono fotografie che ho scattato ed in parte sono cose che ho semplicemente conservato per il mio archivio mentale di ricordi.
Le immagini scorrono e sento il magma ribollire dentro di me.
Sono piccoli segnali quelli che avverto ma so già che esito avranno.
In tutto questo insulso movimento interno sento che un occhio, quello destro, quello che povero occhio deve già sopportare il carico di una sofferenza al nervo, quell’occhio pian piano si riempie.
Sento il liquido che dalle profondità delle viscere si accumula nell’occhio.
Prima in tutto l’occhio, poi lentamente comincia a spostarsi, il liquido. E lo sento che da tutto l’occhio si raduna verso destra, verso l’angolo esterno, dell’occhio.
E’ fermo lì, mentre le note imperterrite della traccia musicale si ripetono minuto dopo minuto, mentre il carosello di immagini continua a girare alla velocità delle pale del ventilatore a soffitto.
C’è un momento si stasi. Come quando si è sul ciglio di un burrone e si cerca di capire se sia meglio gettarsi di sotto o fare un passo indietro.
Ecco, oggi ho deciso di buttarmi di sotto.
E sento che da tutto quell’accumulo si stacca una singola lacrima. Una sola.
E’ lentissima a muoversi. La sento scendere sullo zigomo ad una velocità incredibilmente inutile. Lentissimamente inutile direi.
Dallo zigomo poi attraversa la guancia e comincio ad avvertire quella sensazione estranea di bagnato su viso.
Odio piangere. Ma ormai quella lacrima ha deciso di gettarsi giù dal burrone e non posso più salvarla.
Questa, la lacrima, continua a scendere che pare non arrivi mai alla fine della sua discesa. E’ infinita ed è come se ad ogni millimetro rigirasse il suo coltello nella piaga, come a volermela far pagare a tutti i costi, fino in fondo, fino al fondo del burrone.
Ed io me ne sto li a guardare le pale del ventilatore a soffitto che fanno girare il carosello di immagini in questa umida pozza di sudore che è al Pianura Padana.
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