Roberta Dapunt, nelle ore silenziose
Nelle silenziose ore la tristezza
giunge matura quanto un fascio d’erba
piegato dopo il temporale.
Faticoso è levar da terra
la dignità grondante del tempo sterile
e pesante non si alza se non col sole.
Ma ecco il sole è un capace inganno,
chiamerà un fruscio di falce.
Cosa rimane?
Iniziare il verso lì dove è fiorente rosa?
Io non riesco, non mi è dato scrivere il bel canto,
mai potrò descrivere l’incomprensibile bellezza,
non so farlo.
Perché in questo scrivere è sempre cattivo tempo
e ciò che posso è un fascio d’erba piegato
che mi riporta ogni volta al freddo pensare,
mentre aspetta sul tavolo l’arido quaderno.
Ebbene, vengano la pioggia, il fulmine e la neve
ché in essi io mi colgo, afferrandomi in fiore.
Padre, questo viso sepolto,
la tua immagine piegata alla morte
dentro il bianco letto non illude piú nulla.
Ho chiuso la porta dietro noi
e come ritagliati dal profondo,
fermi al centro della stanza i nostri cuori.
Uno morto, uno vivo.
Ora tu pensi che io non ti veda,
ma io so in questo momento,
mentre ti stai togliendo l’abito di dosso
come un bagaglio di un viaggio finito,
di già mi vengono i ricordi.
La misera infanzia e la semplice vita
che le tue umili parole non chiedevano oltre,
se solo ti avessi incontrato di piú e baciato.
Ma è tardi in questa morte
e benché aliti in me il desiderio di seguirti,
anch’io ti consegno
e in paziente pianto rimango.
Nel resto del tempo, nei fitti pensieri,
ritornami padre in silenzio.
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